ROMA – Un intervento potente, che scuote le fondamenta del dibattito sul rapporto tra sport e politica. Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale italiana di pallavolo femminile, ha lanciato un messaggio forte e chiaro dal palco dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Durante la cerimonia di conferimento del premio “Sport e diritti umani 2026”, istituito da Amnesty International Italia e Sport4Society, il tecnico argentino ha espresso una posizione netta e controcorrente sul boicottaggio degli atleti russi dalle competizioni internazionali.
“Io difendo l’Ucraina senza se e senza ma e credo che oggi si debba essere contro la Russia, ma non bisogna fare il loro gioco”, ha esordito Velasco, mettendo subito in chiaro il suo incrollabile sostegno a Kiev. Poi, l’affondo: “Per questo a mio avviso parlare di boicottare le competizioni sportive è ipocrita e sbagliato, perché mentre pretendiamo che i russi non giochino, intanto continuiamo a comprare il loro gas”. Una frase che pesa come un macigno, denunciando una contraddizione che, secondo il CT, mina la credibilità morale dell’Occidente.
Gli atleti non devono pagare per i loro governi
Il cuore dell’argomentazione di Velasco risiede in un principio fondamentale: la responsabilità individuale. “Gli sportivi non possono pagare le conseguenze dei propri governi”, ha aggiunto con fermezza. Una convinzione che lo accompagna da una vita, forgiata da esperienze personali drammatiche vissute sulla propria pelle. Per spiegare il suo punto di vista, Velasco ha riavvolto il nastro della memoria fino al 1978, un anno cruciale per la sua Argentina e per il mondo intero.
Il ricordo dei Mondiali del ’78 in Argentina
Nel 1978, l’Argentina ospitò i Campionati Mondiali di calcio mentre il paese era oppresso da una feroce dittatura militare, guidata dal generale Jorge Rafael Videla, responsabile della sparizione di circa 30.000 persone. All’epoca, si levò un forte movimento internazionale che chiedeva di boicottare l’evento per non legittimare il regime.
“Nel ’78 ero tra quelli contrari a boicottare il mondiale di calcio in Argentina”, ha raccontato Velasco. La sua motivazione era duplice. Da un lato, pragmatica: “Era stato assegnato molto prima del golpe ed era il sogno di qualunque tifoso”. Dall’altro, squisitamente politica: “Boicottare quel mondiale era riconoscere la forza di una dittatura”. Secondo la sua visione, disertare l’evento avrebbe significato concedere una vittoria al regime, permettendogli di mostrare al mondo di avere il potere di cancellare un appuntamento così importante.
Per Velasco, la presenza del mondo sportivo in Argentina fu, al contrario, un’occasione. Ha ricordato un episodio emblematico avvenuto quattro anni dopo, durante i mondiali di pallavolo del 1982, sempre in Argentina: “I tifosi li ricordo che cantavano ‘chi non salta è militare’. E forse non sarebbe successo se nel ’78 avessimo boicottato il mondiale di calcio”. Un coro di dissenso impensabile senza i riflettori internazionali accesi sul paese, un piccolo seme di ribellione sbocciato proprio grazie allo sport.
Un premio dal significato profondo
Le parole di Velasco assumono un peso ancora maggiore se si considera il contesto in cui sono state pronunciate. Il premio “Sport e Diritti Umani” gli è stato conferito, come si legge nella motivazione della giuria presieduta dal giornalista Riccardo Cucchi, proprio per il suo coraggioso impegno per la democrazia e i diritti umani durante gli anni bui della dittatura argentina. Un periodo in cui, come ha confessato lo stesso CT, la pallavolo fu la sua “salvezza”, una “luce” che gli permise di non sprofondare nella depressione dopo aver perso il suo migliore amico e aver visto il fratello minore sequestrato per 45 giorni.
“Di solito non accetto premi, ma questo ha un significato profondo, data la concomitanza con l’anniversario del colpo di stato del ’76 in Argentina, che per me e la mia generazione è una ferita mai chiusa”, ha dichiarato un Velasco visibilmente emozionato.
Un dibattito sempre attuale
La riflessione di Julio Velasco riapre un dibattito complesso e mai sopito: è giusto o sbagliato usare lo sport come arma politica? È corretto penalizzare atleti che non hanno colpe dirette nelle decisioni dei loro governi? La questione divide da sempre federazioni, governi e opinione pubblica. La posizione del CT dell’Italvolley femminile, forte della sua esperienza di vita e della sua profonda conoscenza dei valori dello sport, invita a una riflessione non banale, che va oltre le reazioni emotive del momento e interroga la coerenza delle nostre azioni collettive.
