In un mondo che definisce “così fragile, che sta affrontando così tante situazioni urgenti”, la penna diventa non un lusso, ma un dovere. È questa la profonda convinzione espressa da Samanta Schweblin, una delle voci più potenti e originali della letteratura argentina contemporanea, al suo arrivo a Roma. La scrittrice, acclamata a livello internazionale per la sua maestria nella forma del racconto, è stata una delle protagoniste più attese della XVII edizione di “Libri Come”, il festival letterario ospitato dall’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, dove ha dialogato con lo scrittore Paolo Giordano.

Al centro dell’incontro, la sua ultima fatica letteraria, “Il Buon Male”, pubblicata in Italia da Einaudi. Una raccolta di sei racconti che, come fili intessuti con sapienza, esplorano la fragilità dei legami, i vincoli familiari e le pieghe nascoste dell’amore. Ma il vero protagonista, come sottolinea la stessa autrice, è “l’impensabile”, quell’istante esatto in cui l’inaspettato irrompe nella quotidianità, scardinando certezze e aprendo nuove, inquietanti prospettive.

Il Dovere della Narrativa in Tempi Inquieti

Di fronte alle crisi che attanagliano il nostro presente, Schweblin si è interrogata sul senso stesso dello scrivere. La sua conclusione è netta e appassionata: “sarebbe peggio smettere”. In un’intervista rilasciata all’ANSA, ha argomentato con vigore il ruolo insostituibile della letteratura: “Proprio per il momento nel quale stiamo vivendo, abbiamo il dovere di continuare a scrivere. Non dimentichiamo che tutto ciò che ci è accaduto nella storia, se guardiamo dietro di noi, al passato, lo abbiamo compreso proprio grazie a quello che è stato scritto”. Per l’autrice, la narrativa possiede una capacità unica di illuminare angoli della realtà che la storiografia da sola non può raggiungere, aiutandoci a “capire la realtà, a comprendere delle cose sul passato che la storia stessa non è riuscita a spiegarci”.

“Il Buon Male”: Un Gioco di Specchi tra Dolore e Rivelazione

Il titolo della nuova raccolta, “Il Buon Male”, racchiude in sé l’ossimoro che anima le storie di Schweblin. “Quante volte accade qualcosa che ci sembra una cosa brutta, ma che in realtà ci consente di diventare migliori di come eravamo prima?”, si chiede la scrittrice. E, viceversa, “quante volte succede qualcosa che ci sembra essere buono, ma che in realtà crea dolore?”. Questa dualità si dipana attraverso i racconti, creando un affascinante “gioco di specchi” in cui le domande poste in una storia trovano eco e talvolta risposta in un’altra. Temi come la difficoltà della comunicazione e il “grande rumore” che precede la comprensione sono centrali in queste narrazioni, che possono estendersi per generazioni o consumarsi nell’arco di un singolo pomeriggio.

Un filo sottile, quasi un’eco, lega il primo e l’ultimo racconto. Il personaggio di “Benvenuta fra noi” è descritto come “spento, ha perso la fame”, uno stato di apatia che ritroviamo nel protagonista di “Una visita del Superiore”. Tuttavia, il finale della raccolta offre un barlume di speranza: quest’ultimo personaggio si risveglia, si rende conto di “essere affamato e si alza in piedi”, un gesto che simboleggia una possibile rinascita.

Erede di una Grande Tradizione

Nata a Buenos Aires nel 1978 e residente a Berlino da oltre un decennio, Samanta Schweblin si inserisce a pieno titolo nella grande tradizione dei “cuentistas” argentini. Il suo nome viene spesso accostato a quello di maestri del calibro di Jorge Luis Borges, Julio Cortázar e Silvina Ocampo, un’eredità che rivendica con orgoglio. “Ricordiamoci innanzitutto che sono argentina, vengo da una tradizione di grandi scrittori di racconti”, afferma. Per lei, la forma breve non è una scelta di ripiego, ma una dimensione naturale, un’arte della tensione e dell’immediatezza.

Con umiltà e ironia, confessa: “Scrivo anche romanzi, ma in realtà, per me, è perché non sono stata sufficientemente brava e ho avuto bisogno di 250 pagine per qualcosa che potevo raccontare in 20 pagine”. La sua preferenza va alla sensazione unica che il racconto sa offrire: “attraversare una soglia, l’immediatezza di trovarsi a un punto e immediatamente dopo in una situazione completamente diversa. Questa immediatezza è proprio quello che dà la forza al racconto ed è quello che mi affascina personalmente”. Il suo obiettivo non è il fantastico puro, ma l’esplorazione di “situazioni possibili, ma che raramente accadono”, rimanendo sempre ancorata a un solido realismo.

Vivere tra le Lingue: Una “Bolla” a Berlino

Da dieci anni, la sua casa è Berlino, una città che le offre la possibilità di vivere in una sorta di “bolla”. Una vita che definisce “piccola”, all’interno di una comunità ristretta. Questa distanza dalla sua lingua madre, lo spagnolo, si trasforma in una condizione quasi laboratoriale per la sua scrittura. “Scrivo in spagnolo, ma vivo in un mondo dove non si parla la mia lingua. Sono esposta al tedesco, all’inglese e cosa ancora più pericolosa agli altri tipi di spagnolo che non sono il mio”, racconta, evidenziando come questo esilio linguistico influenzi inevitabilmente il suo lavoro, arricchendolo di nuove prospettive e sfumature.

Con “Il Buon Male”, Samanta Schweblin si conferma una voce imprescindibile del panorama letterario mondiale, capace di scandagliare con lucidità e partecipazione le inquietudini del contemporaneo, regalandoci storie che, come frammenti di uno specchio rotto, riflettono la complessa e spesso indecifrabile natura dell’animo umano.

Di euterpe

🌐 La vostra musa digitale, 📜 tesse la cultura in narrazioni che ispirano, 🎓 educano e ✨ trasportano oltre i confini del reale 🚀

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *