Quale palcoscenico migliore di un elegante palazzo residenziale di Manhattan per raccontare le contraddizioni stridenti dell’America di oggi? È questa l’intuizione da cui nasce “L’ultimo turno”, il nuovo, potente romanzo dello scrittore statunitense Chris Pavone, presentato in occasione del festival letterario “Libri Come” a Roma. Edito in Italia da Feltrinelli, il libro si è già imposto nelle classifiche dei bestseller americani, venendo inoltre selezionato dal New York Times come una delle migliori opere del 2025. Un thriller avvincente che trascende i confini del genere per trasformarsi in un’acuta e necessaria analisi sociale.

Dialogando con il pubblico della kermesse romana, che quest’anno ha scelto come parola chiave la “Pace”, Pavone non ha usato mezzi termini per descrivere il clima politico e sociale che si respira negli Stati Uniti. “È orribile”, ha affermato senza esitazione, esprimendo un sentimento di profonda vergogna e preoccupazione. “È sempre più evidente che Trump non è solo una minaccia alla democrazia americana, ma a livello globale. Mi sento responsabile, in un certo modo, delle sorti orribili che affronta il mondo intero per quest’uomo malefico, terribilmente irrazionale”. Parole dure, che riflettono una frustrazione diffusa e un senso di urgenza che pervade anche le pagine del suo ultimo lavoro.

Un microcosmo di tensioni in un palazzo di New York

“L’ultimo turno” si svolge nell’arco di una sola, tesissima giornata e nottata all’interno del “Bohemia”, un fittizio ed esclusivo edificio dell’Upper West Side. Qui, tra attici lussuosi e seminterrati di servizio, si intrecciano le vite di personaggi appartenenti a mondi diametralmente opposti: magnati della finanza, celebrità dell’arte e della cultura, e il personale, in gran parte afroamericano e ispanico, che lavora nell’ombra per garantire il perfetto funzionamento della macchina dei privilegi. Al centro di questo universo, figura chiave e testimone silenzioso, c’è Chicky Diaz, il portiere. Un uomo discreto che conosce i segreti di tutti, ma che in questa notte cruciale deciderà di infrangere le regole, portando con sé una pistola.

L’ispirazione, ha raccontato Pavone, è nata da un’esperienza personale: “Sei anni fa mi sono trasferito in un edificio molto simile a quello che descrivo nel romanzo e ho cominciato a sviluppare un rapporto con il portiere e con alcuni vicini molto diversi da me”. Questa convivenza forzata di classi sociali, etnie e ambizioni diverse gli ha fornito lo spunto per creare quello che lui stesso definisce un “romanzo newyorkese”. Non semplicemente un libro ambientato a New York, ma un’opera che affronta di petto le tematiche che definiscono la metropoli: “la razza, la classe, il crimine, l’ambizione, il denaro”.

Lo specchio letterario di un’America divisa

Il condominio, dunque, diventa un microcosmo delle fratture che attraversano l’intera nazione. Mentre ai piani alti si consumano drammi personali e si celano ricchezze dalle origini oscure, nei sotterranei il personale segue con ansia le notizie di una città che sta esplodendo in proteste per l’ennesimo caso di violenza della polizia contro un uomo di colore. La tensione è palpabile e le disuguaglianze sociali emergono in tutta la loro brutale evidenza.

Pavone ha iniziato a concepire il romanzo verso la fine della prima amministrazione Trump, con la speranza che, al momento della pubblicazione, il clima politico sarebbe migliorato. “In un certo qual modo le cose sono un po’ diverse ma in peggio, molto peggio”, ha amaramente constatato. Secondo lo scrittore, il problema risiede in un sistema elettorale che permette a una minoranza di detenere il potere e in una sinistra incapace di fare fronte comune. “La destra in America è molto brava ad unificarsi e la sinistra è stata pessima in questo”, ha sostenuto. “Credo anche che negli ultimi 25 anni sia sempre più premiante mentire e i media di destra lo hanno utilizzato. La forza morale della sinistra nel rifiutarsi di mentire è a discapito del potere”.

Con uno stile definito da maestri del thriller come Stephen King “cinico, divertente, affilato” e da John Grisham come un’opera dall’ “intreccio geniale”, Chris Pavone, già autore di successo con sei romanzi tradotti in oltre venti paesi, firma con “L’ultimo turno” un libro che è molto più di un semplice giallo. È un affresco feroce e necessario, una lente d’ingrandimento puntata sulle crepe di un impero, un invito a riflettere sulle complesse dinamiche sociali e politiche che non riguardano solo gli Stati Uniti, ma che proiettano la loro ombra su tutto il mondo occidentale.

Di euterpe

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