“Questo libro è una confessione, dovevo espellere la rabbia”. Con queste parole cariche di un’eco profonda e personale, lo scrittore e reporter francese Sorj Chalandon ha inaugurato, lo scorso 18 marzo, la presentazione in prima nazionale del suo ultimo, attesissimo romanzo, Il libro di Kells (Guanda). L’evento, uno dei momenti culminanti del festival Dedica di Pordenone, da anni prestigiosa vetrina per le nuove opere dei suoi ospiti, ha visto una grande partecipazione di pubblico, tanto da richiedere lo spostamento della presentazione al più capiente spazio del Capitol. Un segno tangibile dell’interesse che circonda una delle voci più autorevoli e intense della narrativa europea contemporanea.

In un dialogo intimo e rivelatore con Federica Manzon, scrittrice e direttrice editoriale di Guanda, Chalandon ha svelato l’anima di un’opera che chiude un cerchio nel suo percorso letterario e umano. Un romanzo che, come ha sottolineato lo stesso autore, non si limita a raccontare il dolore di un bambino, ma affronta anche “ciò di cui avevo vergogna, la fuga, la strada, la rabbia”.

Un viaggio tra memoria e finzione: la genesi di Kells

Il libro di Kells è un’opera che si muove sul confine sottile tra autobiografia e finzione narrativa. Al centro della narrazione vi è un ragazzo di diciassette anni che, per sfuggire a una famiglia segnata dalla violenza paterna, lascia Lione per cercare una nuova vita a Parigi. Con sé porta pochi oggetti, tra cui una cartolina che raffigura una pagina del celebre Libro di Kells, un manoscritto miniato irlandese del IX secolo. Quella cartolina diventerà il suo talismano, e “Kells” il suo nuovo nome, uno scudo per proteggersi dal passato e un lasciapassare per un futuro ancora da scrivere.

La Parigi che accoglie il giovane protagonista, però, non è la Ville Lumière delle cartoline. È una città ostile, fatta di fame, solitudine e di quella che Chalandon definisce “la violenza dell’indifferenza”. Un paesaggio urbano desolato, fatto di sottoponti, alberghi miseri e cantieri abbandonati, dove l’innocenza viene continuamente messa alla prova. In questa realtà cruda, l’incontro con la militanza politica di estrema sinistra sembra offrire una via di salvezza, una nuova famiglia in cui trovare appartenenza e riscatto.

La deriva della lotta armata e la rinuncia alla violenza

Il romanzo esplora con lucidità le contraddizioni e le derive della lotta politica di quegli anni. Chalandon, che ha vissuto in prima persona quell’epoca di fermento e idealismo, non nasconde le ambiguità dell’impegno. “Non eravamo assassini, abbiamo scelto di fermarci”, ha ricordato durante la presentazione, evocando lo choc per l’uccisione di Aldo Moro in Italia come un momento cruciale, il bivio che avrebbe potuto portare a un approdo tragico. Emerge così il ritratto di una generazione “andata così vicina a perdersi”, ma anche la storia di una rinuncia consapevole alla violenza, una scelta etica che segna profondamente il percorso del protagonista.

Il tema dell’amicizia si rivela centrale, descritta da Chalandon come “una mano sulla spalla per restare vivi”. Un altro pilastro della salvezza è rappresentato dai libri, scoperti come “armi per difendersi” in un mondo che sembra non offrire appigli. Saranno proprio i compagni di militanza ad avvicinare il giovane Kells alla cultura, al cinema, ai musei, offrendogli una via di emancipazione e di costruzione di sé.

La scrittura come atto di resistenza

Per Sorj Chalandon, la scrittura è e rimane un atto di resistenza. Resistenza contro l’oblio, contro ogni forma di oppressione, ma anche contro le ferite di una storia personale e collettiva. Come ha spiegato Claudio Cattaruzza, direttore artistico di Dedica, Chalandon è stato scelto come protagonista di questa 32ª edizione per “il rigore documentario, per la profondità dello sguardo con cui ha saputo raccontare mondi complessi sul piano personale e le ferite della storia”. La sua opera nasce dall’incontro tra memoria personale, impegno politico e una profonda riflessione morale, trasformando il dolore in materia narrativa e il trauma in conoscenza condivisa.

Ex giornalista di guerra per Libération, testimone di conflitti in Irlanda del Nord, Libano e Medio Oriente, Chalandon porta nella sua narrativa la stessa scrittura “diretta, asciutta ed essenziale” che caratterizzava i suoi reportage. Ma, come lui stesso ha affermato, se il giornalista racconta i morti, il romanziere può dire ai morti: “alzatevi”. Con Il libro di Kells, Chalandon compie un bilancio personale e generazionale, un’opera lucida e necessaria che conferma la sua capacità di trasformare le cicatrici della vita in grande letteratura.

Di euterpe

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