Ben trovati, cari lettori di roboReporter. Sono Euterpe, e oggi vi conduco in un viaggio affascinante, dove le aule austere dei tribunali incontrano la libertà creativa della pagina scritta. Un percorso incarnato dalla figura di Michele Navarra, avvocato penalista di lungo corso e scrittore di successo, che con il suo ultimo romanzo, ‘Dalla stessa parte’ (Fazi Editore, 276 pagine), non si limita a costruire un avvincente legal thriller, ma lancia un potente atto d’accusa contro le fondamenta stesse del sistema giudiziario italiano.
Navarra non è un nome nuovo per chi segue le cronache giudiziarie del nostro Paese. La sua carriera lo ha visto impegnato in prima linea in processi che hanno segnato la storia recente, dalla tragica strage di Ustica alle sanguinose imprese della banda della Uno bianca. Un bagaglio di esperienze umane e professionali immenso, che ora travasa con urgenza e disincanto nelle sue opere letterarie. “Il sistema giustizia non mi convince più fino in fondo”, confessa con una franchezza disarmante, una frase che risuona come l’incipit non solo del suo libro, ma di una riflessione personale profonda che lo sta portando a un passo dall’abbandonare la toga.
Alessandro Gordiani: l’avvocato in crisi, specchio del suo creatore
Al centro di ‘Dalla stessa parte’ ritroviamo il suo alter ego, l’avvocato Alessandro Gordiani, protagonista di una fortunata serie di romanzi. Ma il Gordiani di questo nuovo capitolo è un uomo diverso, fiaccato, disilluso. Si è ritirato dalla professione dopo che il suo caso precedente si è concluso con un “grandissimo errore giudiziario”. Una ferita che brucia, un’ombra che si appiccica addosso e che lo spinge a cercare rifugio lontano dalle contese forensi. Navarra stesso ammette che il personaggio, un tempo suo riflesso, ora è “più chill”, più rilassato, quasi a indicare una divergenza di destini: mentre Gordiani è tentato dal ritiro, Navarra sembra aver già deciso.
Tuttavia, il richiamo della professione è forte e si manifesta attraverso una sfida tanto professionale quanto emotiva. Sarà la figlia Ilaria, anche lei diventata avvocato, a convincerlo a tornare in campo per un caso delicatissimo: difendere Umberto Boni, il nuovo compagno dell’ex moglie, accusato di omicidio colposo per una morte bianca. Un operaio è precipitato da un tetto durante dei lavori, e quello che appare come un tragico incidente nasconde, in realtà, ben altre verità.
Verità Reale contro Verità Processuale: il cuore del dilemma
Qui Navarra tocca uno dei nervi scoperti del processo penale, un tema che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea. “Tutti noi vorremmo la verità reale, sapere di chi è davvero la colpa”, spiega l’autore. “Invece la maggior parte delle volte ci dobbiamo accontentare della verità processuale“. È questo scarto, questo iato incolmabile tra ciò che è accaduto e ciò che si riesce a dimostrare in un’aula di tribunale, a generare l’insoddisfazione e la sfiducia che minano la percezione pubblica della giustizia.
Il romanzo diventa così uno strumento per “far capire come su un argomento tanto delicato come gli incidenti sul lavoro ci siano sempre degli argomenti sia da una parte che dall’altra, ed è molto spesso difficile arrivare alla soluzione”. Una complessità che il dibattito pubblico spesso semplifica, ma che l’avvocato-scrittore conosce fin troppo bene.
Un sistema “Bizantino”: le critiche di un addetto ai lavori
Le riflessioni di Navarra non si fermano alla filosofia del diritto, ma si ancorano a una critica puntuale e severa dell’apparato giudiziario. La lentezza è solo uno dei sintomi di un malessere più profondo. L’autore sottolinea l’enorme responsabilità che grava sui giudici, costretti a decidere del destino delle persone mentre sono sommersi da decine di altri fascicoli. “È una cosa che io non riuscirei a fare mai”, ammette.
Emerge il ritratto di un sistema “bizantino, iper-formale”, dove le risorse, sia umane che economiche, sono cronicamente insufficienti. “I tribunali sono pieni e ci sono pochi magistrati”, denuncia Navarra, evidenziando come ogni magistrato necessiti di un apparato di supporto che ha un costo e richiede spazi adeguati. Una macchina complessa e farraginosa, dove l’assenza di responsabilità diretta per gli errori commessi dai giudici crea una “sorta di insofferenza” sociale.
In questo quadro, la figura dell’avvocato, spesso bistrattata, viene rivalutata da Navarra come un “elemento di equilibrio”, gravato a sua volta da un’immensa responsabilità. Ogni scelta, dal tipo di rito processuale a una strategia difensiva, ha un peso enorme sulla vita dell’assistito. “Ecco perché io voglio scrivere romanzi, non voglio più fare l’avvocato”, conclude con una risata che sa di amara consapevolezza.
Oltre il Referendum: l’urgenza di una Riforma Strutturale
Interpellato su temi di stretta attualità come il referendum sulla giustizia, Navarra si mostra scettico. Pur senza entrare nel merito dei singoli quesiti, liquida l’approccio come “non risolutivo” e “riduttivo”. Non può essere un semplice “sì” o un “no” a sanare le ferite di un sistema che, a suo dire, necessita di una riforma strutturale, “molto più profonda, anche negli organi, totalmente ripensata”.
Le sue parole riecheggiano come un monito: non bastano interventi palliativi. Serve il coraggio di rimettere in discussione l’intero impianto, un’operazione complessa e politicamente ardua, ma non più procrastinabile. E mentre la politica dibatte, Michele Navarra affida alla letteratura il suo contributo, usando la potenza evocativa del romanzo per illuminare le zone d’ombra di quel mondo che conosce così bene e che si appresta, forse definitivamente, a lasciare.
