Dal pulpito delle aule di tribunale alle pagine di un romanzo, il passo può essere breve se a guidarlo è un’urgenza narrativa nutrita da decenni di esperienza. È il percorso di Michele Navarra, avvocato penalista che ha legato il suo nome ad alcuni dei casi più complessi della storia giudiziaria italiana, dalla strage di Ustica alle vicende della banda della Uno bianca, e che oggi, con la sua ultima fatica letteraria, “Dalla stessa parte” (Fazi, 2026, pp. 276, euro 18), sembra voler tracciare un bilancio definitivo, tanto professionale quanto esistenziale. Un bilancio che suona come una profonda e sofferta critica a quel mondo che ha abitato per una vita intera.

“Il sistema giustizia non mi convince più fino in fondo”. Questa confessione, rilasciata da Navarra con disarmante serenità, è la chiave di volta per comprendere non solo il romanzo, ma anche lo stato d’animo di un uomo che sceglie la finzione per raccontare una verità scomoda. Il libro si configura come un’immersione nelle acque torbide della giustizia penale, un universo dove, come ammette l’autore, “è sempre molto difficile venirne fuori completamente puliti. Un’ombra di sospetto ti si appiccica addosso”.

Il romanzo come specchio di una crisi: l’avvocato Gordiani

Protagonista e alter ego di Navarra è l’avvocato Alessandro Gordiani, personaggio seriale che i lettori dello scrittore conoscono e amano. In “Dalla stessa parte”, lo troviamo in una profonda crisi personale e professionale. Disilluso e amareggiato dalla tragica conclusione di un caso precedente, culminato in un grave errore giudiziario, Gordiani ha deciso di abbandonare la toga, ritirandosi in un esilio volontario nella sua casa al mare.

A scuoterlo da questo torpore è la figlia Ilaria, anche lei diventata avvocato, che lo supplica di assumere un caso spinoso e personalmente coinvolgente. L’imputato è Ernesto Boni, il nuovo compagno dell’ex moglie di Gordiani, accusato di omicidio colposo per la morte di un operaio, Giuseppe Cicerchia, precipitato dal tetto di un capannone durante dei lavori. Quella che appare come una tragica “morte bianca”, un incidente sul lavoro, si rivelerà ben presto un groviglio di segreti, minacce e ricatti, costringendo Gordiani a tornare sul “terreno forense” per affrontare una sfida che è tanto legale quanto emotiva.

Verità Reale vs Verità Processuale: il cuore del dilemma

Attraverso la trama avvincente, Navarra esplora uno dei temi nevralgici del processo penale e della sua stessa poetica: lo scarto incolmabile tra la verità reale e la verità processuale. “Tutti noi vorremmo la verità reale, sapere di chi è davvero la colpa”, spiega l’autore. “Invece la maggior parte delle volte ci dobbiamo accontentare della verità processuale”.

Il caso delle morti sul lavoro, al centro del romanzo, diventa così un paradigma per mostrare come su argomenti tanto delicati esistano sempre ragioni e torti da entrambe le parti, rendendo estremamente complesso giungere a una soluzione che coincida con la giustizia sostanziale. Il processo, con i suoi riti, le sue regole e i suoi limiti, spesso non riesce a contenere la complessità della vita, producendo sentenze che soddisfano la legge ma non la coscienza.

Un ‘J’accuse’ al sistema giudiziario italiano

Il romanzo di Navarra è anche un lucido e impietoso atto d’accusa nei confronti delle disfunzioni che affliggono la giustizia italiana. L’insoddisfazione e la sfiducia nascono da problemi concreti che l’autore, forte della sua esperienza, elenca con precisione:

  • La lentezza esasperante dei processi, che consuma le vite di imputati e vittime.
  • Il sovraccarico di lavoro dei magistrati, costretti a gestire decine di casi contemporaneamente, con l’impossibilità di approfondirne ciascuno come meriterebbe.
  • La percezione di una mancanza di responsabilità da parte dei giudici per i propri errori, un tema socialmente molto sentito.
  • La cronica carenza di risorse, sia economiche che umane, con tribunali sovraffollati e un numero insufficiente di magistrati e personale amministrativo.
  • Una struttura definita “bizantina, iper-formale“, che richiede un apparato enorme e costoso per funzionare, spesso a discapito dell’efficienza.

In questo contesto, Navarra rivaluta la figura dell’avvocato, descrivendolo come un “equilibrio” fondamentale, gravato da una “responsabilità immensa”. Ogni scelta tecnica – un patteggiamento, un rito ordinario – ha un peso enorme sulla vita di una persona. È forse questa pressione, unita alla disillusione, che spinge Navarra a dire, ridendo ma non troppo: “Ecco perché io voglio scrivere romanzi, non voglio più fare l’avvocato”.

Oltre il referendum: l’urgenza di una riforma strutturale

Interrogato su temi di stretta attualità come il referendum sulla giustizia, Navarra si mostra scettico. Ritiene che un intervento basato su “sì” e “no” sia “riduttivo” e non risolutivo. Ciò che serve, secondo la sua visione, è una riforma strutturale “molto più profonda, anche negli organi, totalmente ripensata”. Una trasformazione complessa che non può essere affrontata con soluzioni semplicistiche, ma che richiede una visione d’insieme e un impegno politico e sociale straordinario.

Con “Dalla stessa parte”, Michele Navarra non ci consegna solo un giallo appassionante, ma una riflessione necessaria e coraggiosa. La sua scrittura diventa un veicolo per portare all’attenzione del grande pubblico le fragilità di un pilastro della nostra democrazia, invitandoci a guardare oltre la superficie delle sentenze per interrogarci sul significato più profondo della parola “giustizia”.

Di euterpe

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