Un silenzio carico di significato è sceso sul palco del prestigioso John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington. È il silenzio lasciato dal ritiro della ‘Sinfonia n. 15: Lincoln’, l’attesa opera del compositore di fama mondiale Philip Glass. Una decisione, annunciata con fermezza, che non rappresenta un semplice cambio di programma, ma un potente atto di dissenso che scuote le fondamenta del dialogo tra cultura e potere negli Stati Uniti. La prima mondiale, che avrebbe dovuto essere eseguita dalla National Symphony Orchestra il prossimo giugno, è stata cancellata per volere del suo stesso autore, che ha compiuto 89 anni a fine gennaio.
Le parole di Glass, affidate a un comunicato, risuonano come un manifesto: “La sinfonia è un ritratto di Lincoln, e i valori del Kennedy Center oggi sono in diretto conflitto con il messaggio della Sinfonia. Sento l’obbligo di ritirarla dal Kennedy Center sotto la sua attuale leadership”. Una dichiarazione che pone una linea netta, invalicabile, tra la sua arte, intrisa dei valori di libertà e democrazia incarnati da Abraham Lincoln, e la direzione intrapresa da una delle più importanti istituzioni culturali americane dopo la radicale trasformazione imposta dall’amministrazione Trump.
Un’onda di protesta che si allarga
Quello di Philip Glass, pioniere del minimalismo e figura tra le più influenti della musica contemporanea, premiato dallo stesso Kennedy Center nel 2018, non è un gesto isolato. Si inserisce, infatti, in una scia di defezioni eccellenti che sta progressivamente svuotando i cartelloni del centro. Pochi giorni prima, la celebre soprano Renée Fleming aveva annullato la sua partecipazione a due performance di “Appalachian Springs” di Aaron Copland, adducendo “conflitti di calendario”. Tuttavia, è impossibile non collegare questa decisione alle sue dimissioni, l’anno precedente, dal ruolo di consulente artistica, in seguito alla nomina da parte di Trump di un nuovo consiglio di amministrazione composto da suoi fedelissimi, in sostituzione dei membri democratici.
La lista degli artisti che hanno preso le distanze è lunga e prestigiosa. Include nomi del calibro di Lin-Manuel Miranda, creatore del musical “Hamilton”, il virtuoso del banjo Béla Fleck, l’attrice e produttrice Issa Rae e, in un atto di rottura senza precedenti, l’intera National Opera Company, che si esibiva al Kennedy Center ininterrottamente dal 1971. Un esodo che testimonia un profondo malessere e una frattura insanabile con la nuova gestione.
La politicizzazione di un’icona culturale
Al centro della controversia vi è la radicale ristrutturazione del Kennedy Center voluta da Donald Trump. Poco dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha proceduto alla sostituzione di numerosi membri del consiglio di amministrazione, insediando alleati e nominando se stesso presidente del board. Questa mossa è stata seguita dalla controversa proposta di rinominare l’istituzione in “Trump-Kennedy Center”, un atto percepito da molti come un’inaccettabile appropriazione politica di un luogo tradizionalmente bipartisan, simbolo dell’eredità culturale americana.
La risposta della comunità artistica e del pubblico non si è fatta attendere. Oltre al boicottaggio degli artisti, si registra una profonda crisi reputazionale del centro, accompagnata da un drastico e preoccupante calo nella vendita dei biglietti. Un segnale inequivocabile di come il pubblico stia rispondendo con il proprio dissenso alla politicizzazione di un’istituzione che ha sempre fatto della sua terzietà un vanto.
Il destino incerto di una sinfonia
La ‘Sinfonia n. 15: Lincoln’, commissionata proprio dal Kennedy Center e dalla National Symphony Orchestra, sembra avere un destino travagliato. La sua prima, originariamente prevista per il marzo 2022 e già rinviata due volte, era stata pensata come evento cardine per le celebrazioni dei 250 anni dell’indipendenza americana. Ora, il suo futuro è incerto. La National Symphony Orchestra, attraverso il suo direttore esecutivo Jean Davidson, si è detta sorpresa dalla decisione di Glass, appresa contestualmente alla stampa. Mentre la dirigenza del centro, per bocca della vicepresidente delle pubbliche relazioni Roma Daravi, ha affermato di non avere “posto per la politica nelle arti”, accusando “attivisti di sinistra” di fare pressione sugli artisti.
La vicenda del Kennedy Center si erge a metafora di un conflitto più ampio che attraversa la società americana, un confronto aspro tra visioni del mondo e della cultura diametralmente opposte. La scelta di Philip Glass, eco potente di un dissenso che affonda le sue radici nella difesa dell’autonomia dell’arte, lascia aperto un interrogativo cruciale: quale sarà il futuro dei grandi templi della cultura quando le loro fondamenta vengono scosse dalle maree della politica?
