“Dopo una gara importante andata male è facile giudicare, è facile parlare. Ma quello che resta dentro, quello che si prova davvero, è molto più complesso”. Inizia con queste parole il lungo e coraggioso sfogo che Leonardo Fabbri, gigante del getto del peso italiano, ha affidato ai suoi canali social. Un messaggio potente che squarcia il velo sulla fragilità che si cela dietro la corazza dell’atleta, rivelando una ferita profonda inferta non tanto dalla delusione per una prestazione opaca ai Mondiali indoor di Torun, quanto dalla violenza verbale degli “haters”.

Il pesista fiorentino, argento mondiale a Budapest 2023 e bronzo iridato indoor a Glasgow 2024, ha messo a nudo la sua anima, raccontando di un “buco nero” che lo attanaglia da tempo, un malessere che ha radici precise. “Dopo Parigi ho sbagliato, sì. Me ne prendo la responsabilità”, ammette Fabbri, riferendosi a un errore che ha segnato un punto di rottura. Ma il vero punto di non ritorno sono stati gli insulti. “Non tanto a me, perché in qualche modo ci sono abituato, ma alla mia famiglia. E da lì qualcosa si è rotto”.

La perdita della gioia e la lotta interiore

Da quel momento, la pedana è diventata un luogo diverso. La leggerezza e il divertimento hanno lasciato spazio a un peso invisibile, ma opprimente. “Non riesco più a vivere le gare come prima”, confessa l’azzurro. “Non riesco a divertirmi, a essere leggero, a esprimermi come faccio in allenamento o nelle gare ‘normali’”. Una dicotomia dolorosa tra l’atleta che domina in allenamento e l’uomo che si sente schiacciato dalla pressione in gara, alimentata da un coro di critiche feroci e ingiuste: “Dopo ogni gara c’è sempre qualcuno pronto a dire che sono un coglione, che valgo solo nelle gare della ‘parrocchia’”.

Parole che feriscono, che minano la serenità e la fiducia di un campione che, nonostante il momento difficile, non ha alcuna intenzione di arrendersi. Per ricordare a se stesso, prima che agli altri, il suo valore, Fabbri elenca i suoi successi: “3 medaglie mondiali, 1 oro europeo con record dei campionati, una Diamond League vinta con 22.98 (quinta misura della storia e record italiano di piu alto valore tecnico)”. Un palmarès che parla da solo, costruito con sudore e sacrifici.

Il supporto del mental coach e la promessa di rinascita

In questa battaglia, Fabbri non è solo. Al suo fianco c’è un mental coach, una figura sempre più cruciale nello sport di alto livello. “È una persona straordinaria, e insieme stiamo facendo un lavoro incredibile”, sottolinea l’atleta, difendendo anche questa scelta dalle critiche. Il percorso è arduo, ma la determinazione è incrollabile. “Non ho mai cercato compassione. Le critiche, quelle vere, mi hanno sempre fatto crescere. Ma quello che è successo dopo Parigi è qualcosa di diverso”.

Lo sfogo di Fabbri è un appello alla riflessione, un invito a guardare oltre il risultato, a comprendere l’uomo dietro l’atleta. È la testimonianza di come il peso delle parole possa essere più devastante di qualsiasi sconfitta sportiva. Ma è anche un potente messaggio di speranza e resilienza. “Ho toccato il fondo tante volte nella mia vita, e ogni volta sono tornato più forte di prima”, scrive. Una promessa che risuona forte e chiara, quella di un campione ferito ma non vinto, pronto a lottare per ritrovare la luce. “E la luce… la rivedrò presto”.

La solidarietà del mondo dello sport

Il post di Leonardo Fabbri ha immediatamente suscitato un’ondata di solidarietà da parte di colleghi e addetti ai lavori. Tra i primi a manifestare il proprio sostegno, il campione olimpico di salto in alto Gianmarco Tamberi: “Dimostrerai quanto vali Leo, quando conterà davvero. Ne sono certo. Continua a crederci, non vedo l’ora di festeggiare con te quello che ti meriti. Forza campione”. Anche la nuotatrice Rachele Bruni ha voluto condividere la sua esperienza, sottolineando un problema diffuso: “Nello sport tutti criticano. Sono tutti campioni, da casa sul divano con le patatine in mano”. Parole che evidenziano la necessità di un cambiamento culturale nell’approccio alla critica sportiva, soprattutto nell’era dei social media.

Di nike

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