Un passo indietro, un invito ritirato, un palcoscenico che resta vuoto. La notizia dell’esclusione di Svetlana Zakharova, indiscussa étoile del Teatro Bolshoi di Mosca, dal gala internazionale di danza “Les Étoiles” ha scosso il mondo della cultura, proiettando le ombre delle tensioni geopolitiche internazionali sulla leggerezza della danza. L’evento, curato da Daniele Cipriani e intitolato significativamente “Il Gala dell’Amore”, era in programma per il 20 e 21 marzo nella prestigiosa Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone a Roma.
Il Contesto: un invito nel segno della pace
L’invito alla ballerina russa era stato inizialmente esteso con la profonda convinzione, come sottolineato dagli organizzatori, che l’arte possa e debba essere un ponte tra i popoli, un linguaggio universale capace di unire al di là delle nazionalità. La scelta di includere Zakharova, artista di fama mondiale, rispondeva all’ideale di una cultura senza frontiere, un principio che da sempre anima il festival “Les Étoiles”. L’organizzazione ha precisato che la danzatrice non è soggetta a sanzioni nei Paesi dell’Unione Europea e che l’invito era stato formulato nel pieno rispetto delle normative vigenti.
La Svolta: la responsabilità simbolica delle istituzioni culturali
Tuttavia, negli ultimi giorni, il clima è cambiato. L’organizzazione del gala ha ricevuto “comunicazioni istituzionali e messaggi sentiti e dolorosi”, che hanno posto l’accento sulla “responsabilità simbolica delle istituzioni culturali nel contesto attuale”. Queste pressioni, la cui origine esatta non è stata specificata, hanno sollevato il timore che la presenza dell’artista potesse essere “fraintesa o strumentalizzata”. Il rischio percepito era che l’evento potesse apparire come una “normalizzazione” della situazione attuale, acuendo ferite ancora aperte e minando lo stesso ponte che l’arte si propone di costruire.
Di fronte a questa eventualità, e pur ribadendo con fermezza il rispetto per la libertà d’espressione e il rifiuto di ogni discriminazione su base nazionale, gli organizzatori hanno preso la difficile decisione di ritirare l’invito. Una scelta sofferta, che testimonia la complessità di navigare le acque agitate del presente, dove ogni gesto culturale può assumere un peso politico inaspettato.
Un Precedente e un Dibattito più Ampio
Non è la prima volta che la presenza di Svetlana Zakharova in Italia suscita dibattito. Già a gennaio, il Teatro del Maggio Fiorentino aveva annullato (o “sospeso”) un balletto che la vedeva protagonista, adducendo come motivazione il “perdurare delle tensioni internazionali”. Questi episodi si inseriscono in una controversia più vasta che investe la partecipazione di artisti e istituzioni russe a eventi culturali in Italia e in Europa, come dimostra il recente e acceso dibattito sulla presenza della Russia alla Biennale d’Arte di Venezia. Quest’ultima vicenda ha visto il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, scontrarsi con la dirigenza della Biennale e chiedere le dimissioni della rappresentante del Ministero nel CdA della Fondazione, Tamara Gregoretti, per non averlo informato della possibile partecipazione russa.
Svetlana Zakharova, oltre ad essere una delle più celebri ballerine del nostro tempo, ha avuto anche un ruolo politico, essendo stata deputata alla Duma di Stato russa dal 2007 al 2015 con il partito “Russia Unita”, vicino al Cremlino. Ha inoltre firmato nel 2014 una lettera a sostegno delle politiche di Vladimir Putin in Ucraina e dal 2023 è soggetta a sanzioni da parte dell’Ucraina per le sue attività definite “anti-ucraine”.
Le Reazioni: tra “russofobia” e dialogo culturale
La decisione di escludere la Zakharova ha inevitabilmente generato reazioni contrastanti. Il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di “russofobia”, sostenendo che arte e sport dovrebbero unire e non esasperare i conflitti. D’altra parte, molti vedono in queste scelte un atto dovuto di responsabilità e di coerenza con il sostegno all’Ucraina. Il dibattito è aperto e complesso, e tocca le corde sensibili del ruolo della cultura in tempo di guerra. Può l’arte rimanere neutrale? O è inevitabilmente chiamata a prendere posizione, anche attraverso le sue assenze?
Mentre il sipario del “Gala dell’Amore” si alzerà senza la sua étoile più attesa, la domanda resta sospesa, come un arabesque incompiuto. “Les Étoiles”, assicurano gli organizzatori, continuerà a costruire i suoi ponti “a passo di danza”, ma la vicenda Zakharova lascia una traccia profonda, un monito sulla fragilità della bellezza di fronte alla brutalità della storia.
