Un silenzio assordante, quello che avvolge i disturbi del comportamento alimentare, rotto da un grido di dolore e, al contempo, di indomita speranza. È la voce di Giorgio Perinetti, noto dirigente sportivo, che ha scelto di trasformare la sua tragedia personale in una testimonianza universale con il libro “Quello che non ho visto arrivare” (Cairo Editore). L’opera, scritta a quattro mani con il giornalista Michele Pennetti, è un viaggio intimo e straziante nella malattia della figlia Emanuela, scomparsa nel 2023 a soli 34 anni a causa di un’anoressia tenuta nascosta, negata fino all’ultimo respiro. La presentazione del volume ha rappresentato il culmine emotivo della due giorni di incontri organizzati a Londra dal Festival del Libro Possibile, in una prestigiosa collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura.
Un “cazzotto nello stomaco” per accendere una luce
“Ho scritto un libro triste, duro, che qualcuno ha definito un cazzotto nello stomaco, ma che deve avere un significato di speranza, perché Emanuela non ce l’ha fatta ma altre Emanuela ce la possono fare”. Con queste parole, cariche di una commozione palpabile, Perinetti ha aperto il suo cuore al pubblico londinese. Accanto a lui, figure di spicco come Gianfranco Zola, ambasciatore dello sport italiano, e Chiara Celentano, rappresentante dell’AIDAP (Associazione italiana disturbi dell’alimentazione e del peso), a sottolineare l’importanza di un approccio corale a una problematica così complessa e diffusa. Dialogando con Francesco Bongarrà, direttore dell’Istituto, e Rosella Santoro, direttrice artistica del Festival, Perinetti ha ripercorso il calvario di un padre che si è scoperto impotente di fronte a un “mostro” invisibile.
Il dramma della negazione e il senso di colpa
Uno degli aspetti più dolorosi emersi dal racconto di Perinetti è il senso di colpa che attanaglia un genitore quando non riesce a “sentire arrivare un segnale della malattia”. L’anoressia, come ha spiegato, è un male subdolo che si nutre di menzogne e silenzi. “Il malato di anoressia nega di essere malato e nasconde il problema non per autolesionismo ma per una specie di difesa da questo mondo interno che si è creato, da questo mostro che lo consuma”. Emanuela, ha raccontato il padre, è stata maestra nel celare la sua sofferenza, arrivando a inventare un tumore per giustificare un dimagrimento che diventava, giorno dopo giorno, più allarmante. Una “montagna di bugie” che ha tenuto all’oscuro non solo lui, ma anche la sorella e le amiche più care. “Io mi sono fatto mille volte la domanda su cosa avrei potuto fare, magari cogliere alcune richieste di aiuto che non ho capito”, ha confessato Perinetti, dando voce all’angoscia di innumerevoli genitori che vivono lo stesso dramma.
Dal dolore alla missione: aiutare gli altri a “vedere”
È proprio da questo tormento che nasce la missione del libro: trasformare il dolore in uno strumento di aiuto. “Se aiuterà anche una sola persona a riconoscere la malattia e a cercare aiuto, sarà servito a qualcosa”. E i primi frutti di questo impegno si stanno già vedendo. Sono tante le persone, genitori e giovani, che si avvicinano a Perinetti dopo le presentazioni, che gli scrivono per chiedere un consiglio, un contatto, una parola di conforto. L’episodio più toccante è forse quello di una ragazza che, durante un firmacopie, è scoppiata in lacrime chiedendo una dedica. “A suo modo è riuscita a chiedere aiuto e a dire che aveva un problema. Si è aperta e in quel momento è stata messa in contatto con chi poteva aiutarla”. Un piccolo, immenso successo che dà senso a tutto il dolore.
Un fenomeno complesso e una rete di supporto
La storia di Emanuela Perinetti, una giovane donna di successo, bella e talentuosa, mette in luce la natura democratica e trasversale dei disturbi alimentari, che non fanno distinzioni di ceto sociale o background. La sua vicenda evidenzia l’urgenza di una maggiore informazione e sensibilizzazione. In questo contesto, assume un ruolo cruciale il lavoro di associazioni come l’AIDAP, che dal 1999 si impegna a diffondere una conoscenza scientifica sui DCA, promuovendo attività di prevenzione, formazione e supporto per pazienti e famiglie. La presenza di Chiara Celentano a Londra ha rafforzato il messaggio che da questo tunnel si può e si deve uscire, ma solo attraverso una solida rete di supporto che coinvolga famiglia, specialisti e società civile.
“Ciò che resta di bello”
“Quello che non ho visto arrivare” non è solo un atto di dolore, ma anche un inno a “ciò che resta di bello”. È l’impegno a salvare anche una sola vita, la determinazione a far sì che il sacrificio di Emanuela non sia vano. Un libro che, come scrive l’autore, non nasce per ricordare la figlia, “perché lei era così socievole e capace che tanto la ricordano tutti”, ma per spingere chi soffre a non arrendersi e per dare coraggio ai genitori che combattono al loro fianco. Un messaggio potente che, partito da Londra, è destinato a risuonare a lungo, aprendo crepe nel muro del silenzio e dell’indifferenza.
