Venezia, musa silente e custode di secolari bellezze, si trova oggi al centro di un vortice polemico che scuote le fondamenta di una delle sue istituzioni più prestigiose: la Biennale d’Arte. A pochi mesi dall’inaugurazione della 61/a Esposizione Internazionale, prevista per il 9 maggio 2026, la decisione di ammettere la partecipazione della Federazione Russa ha innescato una reazione a catena di proteste, scontri istituzionali e minacce, trasformando un evento di celebrazione artistica in un complesso caso geopolitico.

Lo scontro istituzionale: Giuli contro Gregoretti

Il cuore della tempesta si è manifestato all’interno delle stesse istituzioni culturali italiane. Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha pubblicamente chiesto le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del Ministero nel Consiglio di Amministrazione della Biennale. L’accusa è netta: la consigliera non avrebbe informato il dicastero “né della possibile presenza della Russia né del suo voto favorevole”, facendo così venire meno il “rapporto di fiducia”. La replica della Gregoretti non si è fatta attendere: “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi”, ha dichiarato, appellandosi all’autonomia dello Statuto della Biennale, secondo cui i membri del Cda non rispondono a chi li ha nominati.

Questa frattura interna riflette una divergenza profonda sulla linea da tenere. Da un lato il Ministro Giuli, che esprime la contrarietà del Governo italiano alla partecipazione russa, sostenendo che in un’autocrazia l’unica arte libera è quella del dissenso. Dall’altro, una visione che privilegia l’autonomia dell’istituzione culturale e il dialogo, anche in contesti di conflitto.

La reazione europea: una condanna corale e la minaccia sui fondi

La controversia ha rapidamente superato i confini nazionali, approdando a Bruxelles. L’Unione Europea ha espresso una dura condanna, definendo la partecipazione russa “incompatibile con la risposta collettiva dell’Ue alla brutale aggressione russa” in Ucraina. Una lettera sottoscritta dai ministri della Cultura e degli Esteri di 22 Paesi europei, inclusa l’Ucraina, ha definito “inaccettabile” tale presenza, sottolineando come la cultura non possa essere separata dalla realtà politica.

Ma le parole si sono presto trasformate in una minaccia concreta. La Commissione Europea ha dichiarato di essere pronta a verificare se la Biennale abbia violato l’accordo di sovvenzione, paventando la sospensione o la risoluzione di un contratto da due milioni di euro. Il portavoce Thomas Regnier ha spiegato che, qualora venissero violati gli standard etici e i valori dell’UE, la Commissione potrebbe agire di conseguenza. Questa presa di posizione mette la Fondazione Biennale di fronte a un bivio cruciale: difendere la propria autonomia rischiando un danno economico e d’immagine significativo, o cedere alle pressioni internazionali.

Le ragioni della Biennale e la difesa dell’autonomia

In questo scenario infuocato, il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha mantenuto una posizione ferma, pur nel silenzio delle ultime ore. La sua linea, espressa in precedenza, è quella di rivendicare “l’autonomia di una istituzione che da 130 anni… costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso della Fondazione”.

La Biennale ha inoltre precisato un aspetto tecnico-giuridico fondamentale: la Russia non è stata invitata, ma partecipa in quanto proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914. Secondo il regolamento, i Paesi che possiedono un proprio spazio espositivo devono semplicemente comunicare la loro partecipazione. Questo dettaglio complica ulteriormente la questione, spostandola da un piano di invito discrezionale a uno di diritto acquisito.

Per tentare di smorzare le polemiche, Buttafuoco ha annunciato la creazione di due “cantieri culturali” dedicati al dissenso, uno per commemorare la storica Biennale del Dissenso del 1977 e un altro sul filosofo russo martire del regime sovietico Pavel Florenskij. Un tentativo, secondo alcuni, di bilanciare le presenze e riaffermare il ruolo della Biennale come spazio di libertà per le voci critiche.

Il dibattito politico italiano: un fronte diviso

La vicenda ha inevitabilmente acceso il dibattito politico in Italia, con posizioni trasversali e contrastanti.

  • Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera, pur auspicando un ripensamento, ha sottolineato che in padiglioni come quello russo o iraniano “non ci potrebbe essere espressione libera d’arte ma solo arte di Stato”.
  • Dall’opposizione, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle hanno espresso sostegno all’azione di Buttafuoco, criticando la gestione “caotica” del Ministro Giuli e difendendo la scelta di includere tutti i Paesi.
  • Riccardo Magi di +Europa ha parlato di “figuraccia del governo”, mentre Matteo Salvini ha annunciato la sua presenza a maggio, affermando che la cultura “esprime un messaggio universale di unione” e che “nessuno deve essere escluso”.
  • Anche l’ex governatore del Veneto, Luca Zaia, ha preso una posizione netta: “Si condanna la guerra ma non si censura la cultura”.

Mentre il mondo politico si divide, il Ministro Giuli ha intensificato la pressione, chiedendo alla Biennale tutta la documentazione relativa alla partecipazione russa per verificare la compatibilità con il regime sanzionatorio internazionale. Ha inoltre avuto un colloquio con la vicepremier ucraina Tetyana Berezhna, ipotizzando persino l’invio di ispettori a Venezia.

La questione del Padiglione Russia alla Biennale del 2026 trascende la mera cronaca culturale per diventare un potente simbolo delle tensioni che attraversano il nostro tempo. L’arte, da sempre specchio della società, si trova a riflettere un mondo fratturato, dove il dialogo è messo a dura prova e dove ogni scelta culturale assume un ineludibile peso politico. Venezia, ancora una volta, diventa il palcoscenico non solo della bellezza, ma anche delle complesse e dolorose contraddizioni della storia.

Di euterpe

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