Un “Sì” che ritorna, a distanza di oltre cinquant’anni, a intrecciare i destini della musica leggera e della politica italiana. Le recenti dichiarazioni del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, hanno riacceso i riflettori su un episodio emblematico della storia culturale e sociale del nostro Paese, creando un parallelismo tra il presente e un passato non troppo lontano. Al centro del dibattito, la canzone “Per sempre sì” di Sal Da Vinci, trionfatrice al Festival di Sanremo 2026, e le speculazioni su un suo possibile utilizzo come colonna sonora per la campagna a favore del “Sì” al prossimo referendum sulla giustizia. Un’ipotesi che ha spinto il Guardasigilli a un tuffo nella memoria, rievocando la vicenda della censura che nel 1974 colpì Gigliola Cinquetti e il suo brano, intitolato semplicemente “Sì”.

Un precedente storico: il caso di Gigliola Cinquetti nel 1974

Per comprendere appieno la portata delle parole del Ministro Nordio, è necessario tornare al 1974, un anno cruciale per l’Italia. Il 12 e 13 maggio di quell’anno, i cittadini furono chiamati alle urne per il primo referendum abrogativo della storia repubblicana, con il quale si chiedeva di cancellare la legge Fortuna-Baslini che aveva introdotto il divorzio nel 1970. Il clima sociale era rovente, con il Paese spaccato tra un fronte del “Sì”, contrario al divorzio e sostenuto principalmente dalla Democrazia Cristiana e dal Movimento Sociale Italiano, e un fronte del “No”, favorevole al mantenimento della legge, che vedeva schierati partiti laici e di sinistra. In questo contesto incandescente, la canzone di Gigliola Cinquetti, “Sì”, destinata a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest, divenne un inaspettato caso politico. Il brano, il cui testo ripeteva insistentemente la parola “sì” in un contesto amoroso (“all’amore ho detto sì”), fu ritenuto dai vertici della Rai un potenziale messaggio subliminale, una “persuasione occulta” in grado di influenzare l’elettorato. La televisione di Stato decise quindi di censurare la canzone, rimandandone la messa in onda e oscurando di fatto la partecipazione dell’artista alla kermesse europea, che fu trasmessa in differita solo dopo il voto referendario. Un episodio che, come ricordato da Nordio, che all’epoca ne scrisse un articolo per un giornale liberale, segnò profondamente il dibattito pubblico sul rapporto tra media, politica e libertà di espressione.

Il parallelismo con Sal Da Vinci e il referendum sulla giustizia

Le parole del Ministro Nordio tracciano un parallelo con la situazione attuale. La canzone di Sal Da Vinci, “Per sempre sì”, con il suo titolo e il suo testo incentrato su una promessa d’amore eterno, è stata oggetto di discussioni e polemiche. Alcuni commentatori, come il professore Enrico Galiano, ne hanno criticato il linguaggio, ritenuto portatore di un immaginario amoroso stereotipato. Altri, invece, hanno ipotizzato un suo utilizzo da parte del fronte del “Sì” al referendum sulla giustizia, promosso dal governo in carica. Lo stesso artista ha dovuto chiarire la sua posizione, smentendo di aver ricevuto richieste in tal senso dalla Premier Giorgia Meloni e sottolineando che la sua canzone parla d’amore e che “le canzoni diventano di tutti”. Nonostante le smentite, lo slogan “Sarà per sempre sì” è stato utilizzato da alcuni giovani sostenitori del referendum in uno striscione esposto davanti alla Corte di Cassazione.

Il Ministro Nordio, pur dichiarando di non seguire molto il Festival di Sanremo e di essere un “beethoveniano”, ha colto l’occasione per sottolineare come, a distanza di decenni, la musica possa ancora diventare terreno di scontro e di interpretazione politica. La sua memoria del caso Cinquetti serve a ricordare come la sensibilità del potere nei confronti dei messaggi culturali possa variare a seconda del contesto storico e politico, ma anche come l’arte, a volte involontariamente, possa entrare a gamba tesa nelle arene del dibattito civile.

Musica e politica: un legame indissolubile

L’episodio del 1974 e le recenti polemiche su Sal Da Vinci non sono casi isolati. La storia della musica italiana è costellata di esempi in cui le canzoni hanno riflesso, anticipato o persino influenzato il dibattito politico e sociale. Da Domenico Modugno, che nel 1974 donò i diritti della sua canzone “L’anniversario” per la campagna referendaria, a tanti altri artisti che hanno preso posizione su temi cruciali per il Paese, la musica si è spesso rivelata un potente strumento di espressione e di partecipazione. Questi episodi, al di là delle singole controversie, ci invitano a riflettere sulla responsabilità degli artisti e sul ruolo della cultura nella formazione dell’opinione pubblica. In un’epoca di comunicazione rapida e frammentata, una canzone può diventare un simbolo, uno slogan, un veicolo di idee capace di raggiungere un pubblico vasto ed eterogeneo. La vicenda di Gigliola Cinquetti, rievocata da un Ministro della Repubblica, ci ricorda che anche “solo le canzonette”, per citare Edoardo Bennato, possono avere un peso specifico nella narrazione di un’intera nazione.

Di euterpe

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