Arriva nelle sale italiane il 5 marzo, distribuito da Rosamont, “Brides – Giovani Spose”, l’opera prima della celebre regista teatrale e drammaturga britannica Nadia Fall. Un esordio cinematografico potente e necessario, che affronta con coraggio uno dei temi più complessi e dibattuti del nostro tempo: la radicalizzazione di giovani musulmani nati e cresciuti in Occidente. Il film, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, racconta una storia “al contrario”, un viaggio non di fuga dalla guerra, ma verso un’utopia che si rivelerà un’illusione, lasciando lo spettatore con un senso di sospensione e profonde domande morali.
La trama: una fuga verso un’identità perduta
La vicenda, ambientata nel 2014, all’alba dell’ascesa dell’ISIS, ruota attorno a Doe (l’esordiente Ebada Hassan) e Muna (Safiyya Ingar), due adolescenti islamiche residenti nel Regno Unito. Doe, di origini somale, è una quindicenne mite che subisce il razzismo a Londra e trova rifugio in un indottrinamento radicale online. Muna, di famiglia pakistana, è invece sfrontata e forte, ma vive nel terrore del fratello, figura patriarcale della sua famiglia. Nonostante le differenze caratteriali, le due ragazze sono unite da un profondo senso di alienazione e dalla percezione di essere discriminate ed escluse da una società che non le accetta e in cui non si riconoscono. La loro amicizia si consolida nel proteggersi a vicenda da atti di bullismo e discriminazione.
Questa sensazione di non appartenenza, unita alla propaganda martellante sui social network che dipinge la Siria come un paradiso terrestre, una terra di “sorellanza” e purezza, le spinge a prendere una decisione drastica: fuggire di casa per raggiungere quello che credono essere l’Eden, un luogo dove poter finalmente vivere in accordo con le proprie tradizioni e la propria fede. Il loro viaggio, però, si complica fin da subito. Arrivate a Istanbul, l’intermediario che avrebbe dovuto guidarle fino al confine siriano non si presenta, lasciandole sole e impreparate di fronte a mille difficoltà in un paese straniero. È l’inizio di un percorso ad ostacoli, un road movie che è anche un viaggio di formazione e trasformazione, durante il quale la loro determinazione verrà messa a dura prova da ripensamenti e paure.
Il film si interrompe bruscamente e volutamente nel momento in cui le due ragazze varcano il confine turco, trovandosi di fronte ai primi soldati dell’ISIS e a donne velate. Una scelta registica forte, che lascia lo spettatore senza risposte definitive, costringendolo a riflettere sul destino delle protagoniste e sulle implicazioni delle loro scelte.
La visione della regista Nadia Fall: comprendere senza giudicare
Nadia Fall, donna britannica di origini sud-asiatiche e fede musulmana, ha spiegato che l’ispirazione per il film nasce da un reale fatto di cronaca che la colpì profondamente: la storia di alcune studentesse dell’East London fuggite in Siria per unirsi all’ISIS. La regista è rimasta colpita da come la stampa britannica avesse dipinto queste giovani “come dei veri e propri mostri”, senza alcun tentativo di comprendere le ragioni profonde del loro gesto. “Erano solo giovani ragazze musulmane in una comunità che non le capisce né le sostiene e che si sentivano estranee nel luogo che dovrebbero chiamare casa”, ha dichiarato la Fall.
Con “Brides”, la regista non intende realizzare un’opera sul terrorismo in senso stretto, ma piuttosto un’indagine sullo “scollamento sociale” che avviene nel cuore dell’Europa contemporanea. Il suo obiettivo è raccontare la storia dal punto di vista delle ragazze, esplorando le complesse ragioni che le spingono ad allontanarsi. Il film si concentra sugli anni “inebrianti ed elettrizzanti” dell’adolescenza, un’età in cui si è programmati per “prendere decisioni impulsive e pericolose, senza curarsi delle conseguenze”. La Fall, che ha inserito nel film elementi della sua esperienza personale di “ragazza di colore” a Londra, vuole dare voce a chi non si sente accettato, sottolineando come il desiderio di appartenenza possa trasformarsi in un abbraccio mortale quando la società non riesce a colmare un vuoto di senso.
Un’analisi profonda e uno stile narrativo coinvolgente
Il pregio principale di “Brides – Giovani Spose” risiede nella sua capacità di restituire l’incertezza di un presente senza paracadute, alternando la narrazione del viaggio con flashback che mostrano la claustrofobia della vita quotidiana delle protagoniste nel Regno Unito. La regia, influenzata da film iconici come Thelma & Louise e opere più recenti come American Honey e Never Rarely Sometimes Always, si avvale di uno stile intimo e di un approccio da road movie per esplorare l’intensità dell’amicizia femminile e gli errori dell’adolescenza.
La collaborazione con la sceneggiatrice Suhayla El-Bushra e la direttrice della fotografia italiana Clarissa Cappellani ha dato vita a un’opera visivamente potente, una coproduzione internazionale che ha coinvolto Regno Unito, Italia e Turchia. Il film non offre facili giustificazioni morali, ma si sforza di fornire una comprensione umana e sociologica del fenomeno della radicalizzazione, interrogando lo spettatore sulla qualità della democrazia e sulla capacità di ascoltare il disagio prima che si trasformi in fanatismo. Attraverso le vicende di Doe e Muna, “Brides” diventa un tassello importante per decifrare l’inquietudine di un presente che sembra aver smarrito la bussola del dialogo e dell’inclusione.
