Un’ovazione lunga e sentita ha salutato la prima de “La Principessa di Lampedusa” al Teatro India di Roma, dove una magistrale Sonia Bergamasco dà corpo e voce a una delle figure femminili più affascinanti e complesse del Novecento siciliano: Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, madre dell’autore de “Il Gattopardo”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Lo spettacolo, in scena fino al 15 febbraio, è un viaggio intenso e poetico tratto dall’omonimo romanzo di Ruggero Cappuccio, che qui si confronta con la sfida di trasporre per il palcoscenico una narrazione densa di storia, memoria e sensazioni.
Un’attrice, mille volti: la sfida di Sonia Bergamasco
Sonia Bergamasco, non nuova a misurarsi con figure femminili di grande spessore letterario e poetico – dalle poetesse Dickinson e Plath ad altre eroine nate dalla penna di Cappuccio come Cassandra – si assume qui il doppio ruolo di regista e interprete, orchestrando una partitura di sentimenti ed emozioni. La sua performance è un tour de force espressivo, un monologo che diventa dialogo con i fantasmi di un passato che non vuole arrendersi all’oblio. La sua Principessa è un’ombra che prende vita, un’anima che danza tra le rovine di una Palermo sventrata dai bombardamenti del maggio 1943 e quelle del suo stesso palazzo. Con una mobilità leggera e un’intensità vocale che catturano, la Bergamasco esplora ogni sfumatura di questa donna forte, indipendente e consapevole della fine di un’epoca, senza mai cedere al “sentimento immobile” del rimpianto.
Dalla pagina alla scena: l’invenzione teatrale di Cappuccio
Se il romanzo di Ruggero Cappuccio segue un andamento cronologico, ricostruendo gli incontri e i giorni della Principessa dal suo ritorno in una Palermo devastata fino al dopoguerra, l’adattamento teatrale compie una scelta audace e suggestiva. Cappuccio immagina che sia la stessa Beatrice, dopo la morte, a raccontare la sua storia. Sepolta ai Cappuccini, la sua coscienza è ancora vigile e la vita vissuta irrompe come un “impetuoso flusso onirico”. Questa invenzione scenica permette di trasformare la narrazione in un’evocazione potente, un concerto di emozioni in cui il confine tra realtà, ricordo e sogno si assottiglia fino a scomparire. La scenografia, essenziale ma carica di simbolismo, vede al centro un’altalena, luogo sospeso che dondola tra passato e presente, un’immagine che richiama alla memoria altri grandi momenti del teatro di rievocazione.
Un viaggio tra desiderio e memoria
Lo spettacolo si dipana come un flusso di coscienza, un susseguirsi di immagini, odori e suoni che riaffiorano con forza primigenia. Il frinire dei grilli, orologio cosmico, scandisce il tempo dei ricordi: il giardino, il mare, i fiori, la corte ironica e poetica del nobile Florio. E poi, l’incontro fondamentale con la giovane Eugenia, non nobile, alla quale la Principessa affida un gioiello di famiglia, un gattopardo, come simbolo di un passaggio di testimone verso un futuro di indipendenza e riscatto. Un gesto che prefigura il capolavoro letterario del figlio Giuseppe e segna la transizione da un mondo aristocratico al tramonto a una nuova era che sorge dalle ceneri della guerra. I fantasmi della sua esistenza tornano a materializzarsi, carichi di eros, ironia e malinconia: il figlio, le sorelle, il marito, le figure domestiche.
Luci e ombre di una messinscena
La critica ha accolto con calore l’interpretazione di Sonia Bergamasco, lodandone la capacità di restituire la musicalità e le sfumature del testo di Cappuccio. La sua performance è stata definita un “concerto emotivo”, un’esplosione di vitalismo che mira al sublime. Tuttavia, alcuni osservatori hanno notato uno squilibrio nella struttura drammaturgica. La prima parte, più evanescente e atmosferica, dedicata al risveglio dei sensi e al desiderio, pur affascinante, rischia di essere eccessivamente lunga, ritardando l’ingresso nel vivo dei ricordi e degli eventi che definiscono la figura storica della Principessa. Questi ultimi, quando emergono, appaiono a tratti essenziali, quasi didascalici, lasciando forse allo spettatore il desiderio di una maggiore consistenza storica e contestuale. Nonostante queste lievi riserve, lo spettacolo resta una prova d’attrice di altissimo livello e un’operazione culturale di grande interesse, capace di far dialogare letteratura, storia e teatro in modo originale e coinvolgente.
