Un gesto di protesta tanto plateale quanto provocatorio ha acceso i riflettori sulle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, ben oltre le piste innevate. Gus Kenworthy, 34enne sciatore freestyle di nazionalità britannica e statunitense, ha scatenato una vera e propria tempesta mediatica e social dopo aver pubblicato una foto su Instagram che lo ritrae accanto alla scritta “Fuck Ice”, tracciata con l’urina sulla neve. Un messaggio diretto e senza filtri contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione e delle dogane, la cui presenza a Milano per garantire la sicurezza della delegazione USA ha suscitato polemiche e manifestazioni.
LA PROTESTA E L’ONDATA D’ODIO
Il post di Kenworthy, atleta apertamente gay e da tempo attivista per i diritti LGBTQ+, non si è limitato alla sola immagine. A corredo, un appello ai cittadini americani a contattare i propri senatori per esercitare pressioni contro i metodi e i finanziamenti dell’agenzia. La reazione è stata immediata e polarizzata. Da un lato, un’ondata di sostegno e incoraggiamento per il suo coraggio; dall’altro, una valanga di odio che ha travalicato i confini della critica. “Ho ricevuto una tonnellata di messaggi”, ha raccontato Kenworthy in un video successivo, “molti erano di incoraggiamento e supporto ma tanti sono stati orribili, mi dicevano di uccidermi, che sperano di vedermi rompere un ginocchio o rompermi il collo”.
Minacce di morte, insulti omofobi e auguri di gravi infortuni hanno inondato i suoi profili social, spingendo la British Olympic Association (BOA) ad attivare immediatamente i servizi di supporto psicologico per l’atleta. “Il Team GB prende sul serio il benessere degli atleti e mette a disposizione servizi di supporto, in particolare in caso di minacce e abusi tramite i social media”, ha dichiarato un portavoce alla BBC, sottolineando come tale servizio venga offerto proattivamente a tutti i membri della squadra.
UN ATLETA TRA DUE MONDI
La posizione di Gus Kenworthy è complessa e riflette la sua doppia anima. Nato a Chelmsford, in Inghilterra, da madre inglese e padre americano, è cresciuto in Colorado e ha gareggiato per gli Stati Uniti nelle sue prime due Olimpiadi, vincendo una medaglia d’argento nello slopestyle a Sochi 2014. Dal 2019, ha scelto di rappresentare la Gran Bretagna, nazione per cui gareggia anche in questi giochi di Milano Cortina. “Gareggio da due Olimpiadi con la Gran Bretagna ma sono per metà americano, sono cresciuto e ho studiato negli Usa e vivo lì”, ha spiegato l’atleta. “Per loro ho gareggiato e ho vinto una medaglia d’argento, per questo ho a cuore quello che succede lì”.
Questa dualità emerge anche nelle sue parole successive alla bufera: “Puoi amare gli Usa ed essere orgoglioso di essere americano, io lo sono, e penso ancora che si possa esserlo anche senza supportare questa amministrazione e le sue politiche”. Una dichiarazione che rivendica il diritto al dissenso e alla critica, anche quando si indossa una divisa nazionale.
SPORT, ATTIVISMO E LIBERTÀ D’ESPRESSIONE
Il caso Kenworthy riaccende il dibattito sul ruolo degli atleti come figure pubbliche e sul loro diritto di esprimere opinioni politiche. Nonostante la controversia, né il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) né la BOA hanno preso provvedimenti disciplinari. Il motivo risiede nel fatto che il gesto non è avvenuto all’interno di un sito olimpico e il messaggio è stato condiviso su canali social personali, non violando così la Regola 50.2 della Carta Olimpica che vieta manifestazioni o propagande di natura politica, religiosa o razziale nelle aree di gara.
Kenworthy non è nuovo a prese di posizione forti. Già durante le Olimpiadi di Pechino 2022 aveva criticato apertamente la Cina per la violazione dei diritti umani e per il trattamento della comunità LGBT. La sua azione a Milano Cortina si inserisce in un contesto più ampio di protesta contro l’ICE, condiviso anche da altri atleti statunitensi come lo sciatore Hunter Hess, a sua volta bersaglio di critiche feroci da parte dell’ex presidente Donald Trump.
La vicenda, che vede Kenworthy impegnato a breve nella gara di snowboard halfpipe a Livigno, solleva questioni cruciali sulla tossicità dell’ambiente online e sulla pressione psicologica a cui sono sottoposti gli atleti di alto livello. Il suo coraggio nel “parlare ad alta voce” e “resistere alle ingiustizie” diventa un simbolo potente, che trascende la medaglia e interroga il mondo dello sport sul suo ruolo nella società contemporanea.
