Una sentenza destinata a fare giurisprudenza nel settore automobilistico e a ridefinire i contorni della comunicazione sulla provenienza dei prodotti. Il TAR del Lazio ha respinto il ricorso presentato da DR Automobiles Srl e dalla sua controllata DR Service & Parts Srl, confermando in toto la sanzione da 6 milioni di euro comminata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) nel giugno 2024. Al centro della controversia, due pratiche commerciali ritenute gravemente scorrette: la prima, una campagna di marketing giudicata ingannevole sull’origine delle vetture a marchio DR ed Evo; la seconda, una gestione inadeguata dell’assistenza post-vendita e della fornitura di ricambi.

La questione del “Made in Italy”: una comunicazione “enfatica e ingannevole”

Il cuore della decisione del tribunale amministrativo risiede nella valutazione delle strategie comunicative adottate dal gruppo molisano. Secondo i giudici, le campagne pubblicitarie di DR Automobiles, diffuse a partire da dicembre 2021, hanno enfatizzato in modo non veritiero l’italianità delle proprie automobili. Pur riconoscendo che “sicuramente sia il fondatore della società, sia quest’ultima, siano italiani”, la sentenza del TAR ha chiarito un punto cruciale: le vetture non sono fabbricate in Italia.

Dalle indagini è emerso che i veicoli, di fatto prodotti in Cina da colossi come Chery, JAC e BAIC, giungono in Italia già completi e marcianti. Nello stabilimento di Macchia d’Isernia, come si legge nella sentenza, vengono effettuate solamente “delle minime rifiniture”. Questa circostanza rende le “enfatiche comunicazioni commerciali facenti leva sull’italianità delle vetture” palesemente ingannevoli. Il TAR ha ritenuto “pienamente provata la pratica ingannevole”, poiché fin dal primo contatto con i consumatori sono state fornite informazioni non veritiere o fuorvianti sull’origine del prodotto, un elemento che può influenzare significativamente le decisioni di acquisto.

L’AGCM aveva sottolineato come questa pratica fosse coincisa con un periodo di notevole crescita delle vendite per i marchi DR ed EVO sul mercato italiano, suggerendo un nesso causale tra la comunicazione e il successo commerciale.

Assistenza post-vendita e ricambi: una strategia focalizzata sulla vendita

La seconda pratica sanzionata riguarda le gravi inadempienze nel servizio post-vendita, contestate direttamente a DR Service & Parts, ma con un “evidente contributo causale” da parte della casa madre DR Automobiles. L’istruttoria dell’Antitrust, confermata dal TAR, ha dimostrato la sussistenza di ritardi significativi nelle consegne dei pezzi di ricambio e una generale inadeguatezza dell’assistenza post-vendita, anche per quanto concerne la formazione tecnica fornita alla rete di officine autorizzate.

Secondo l’Autorità, questa situazione ha ostacolato l’esercizio dei diritti dei consumatori, incluso quello fondamentale di ottenere la riparazione del veicolo in tempi ragionevoli, anche nell’ambito della garanzia legale. La sentenza del TAR ha avvalorato la ricostruzione dell’AGCM, secondo cui la “mancata disponibilità dei ricambi è imputabile esclusivamente all’odierna ricorrente che ha perseguito una strategia commerciale rivolta principalmente alla vendita di nuove vetture, piuttosto che alla predisposizione di tutte le misure idonee a soddisfare le esigenze dei consumatori”. In sostanza, il focus aziendale sarebbe stato sbilanciato sulla conquista di nuove quote di mercato, a discapito del supporto a chi un’auto DR l’aveva già acquistata.

DR Automobiles si era difesa attribuendo i ritardi alla crisi globale delle catene di approvvigionamento nel periodo post-pandemico, una giustificazione che, tuttavia, non ha convinto i giudici.

La difesa dell’azienda e le prospettive future

Fin dall’avvio del procedimento, DR Automobiles ha respinto le accuse, annunciando l’intenzione di impugnare la decisione. L’azienda ha sempre sostenuto di non aver mai nascosto la delocalizzazione di parte della produzione, pratica peraltro comune nel settore automotive, e che le campagne pubblicitarie miravano a sottolineare il forte legame del gruppo con l’Italia e il Molise. Inoltre, ha evidenziato l’importanza delle fasi di ricerca e sviluppo, design e rifinitura svolte presso la sede di Macchia d’Isernia.

Nonostante la sentenza sfavorevole, il gruppo molisano guarda avanti. Recentemente ha siglato un nuovo accordo con il partner storico Chery, che non solo continuerà a fornire tecnologia e piattaforme, ma si appresta a sbarcare direttamente sul mercato italiano con una propria rete di distribuzione. Questo potrebbe trasformare una partnership ultra-ventennale in una competizione diretta sul suolo nazionale. Nel frattempo, DR ha annunciato l’intenzione di ampliare il polo industriale di Macchia d’Isernia, con l’obiettivo di aumentare le fasi di lavorazione in Italia e sviluppare nuovi modelli, inclusi quelli elettrici.

La sentenza del TAR del Lazio rappresenta un monito importante per l’intero settore: la trasparenza sull’origine dei prodotti e l’efficienza del servizio post-vendita non sono elementi accessori, ma pilastri fondamentali del rapporto di fiducia con il consumatore. Un’italianità rivendicata deve corrispondere a un processo produttivo sostanziale, e non solo a operazioni marginali, per non incorrere nel rischio di una comunicazione ingannevole dalle conseguenze legali ed economiche significative.

Di davinci

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