Il sipario si alza su un’opera cinematografica di rara intensità, un thriller psicologico che scava negli anfratti più oscuri dell’animo umano. “Elisa”, l’ultima fatica del regista Leonardo Di Costanzo, già acclamato per opere come “Ariaferma” e “L’intrusa”, è approdato in prima visione televisiva su Sky Cinema Uno domenica 25 gennaio alle 21:15, ed è disponibile in streaming su NOW e on demand, anche in qualità 4K. Presentato in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film ha già lasciato un segno profondo nella critica e nel pubblico, candidandosi a essere una delle opere più significative del cinema italiano contemporaneo.

Un viaggio nell’oscurità della psiche umana

La pellicola ci conduce all’interno di una prigione, ma la vera reclusione è quella della mente della sua protagonista. Barbara Ronchi, attrice di straordinario talento e sensibilità, veste i panni di Elisa, una donna di trentacinque anni che da dieci sconta una condanna per l’omicidio della sorella maggiore, un delitto efferato seguito dalla carbonizzazione del cadavere. Elisa sostiene di non ricordare nulla di quel gesto estremo, come se un velo di silenzio impenetrabile avesse avvolto il suo passato. La sua memoria è un puzzle di cui mancano i pezzi fondamentali, un’amnesia che la rende un enigma tanto per sé stessa quanto per chi la osserva.

La narrazione prende una svolta decisiva quando Elisa accetta di incontrare il professor Alaoui, un criminologo interpretato dall’intenso attore francese Roschdy Zem. Attraverso un dialogo serrato, teso e inesorabile, il film si trasforma in un’indagine psicologica che costringe lo spettatore a un’oscillazione costante tra l’empatia per la sofferenza della donna e il profondo rifiuto per la brutalità del suo atto. Come afferma lo stesso regista, Elisa è “un personaggio di cui percepiamo la sofferenza, ma anche la freddezza e la capacità di manipolare le persone vicine”. In questo viaggio a ritroso, i ricordi iniziano faticosamente a riemergere, portando alla luce una verità complessa e stratificata.

Dalla cronaca al cinema d’autore: l’ispirazione letteraria

“Elisa” trae la sua linfa vitale da una storia vera, rielaborata attraverso il filtro del saggio “Io volevo ucciderla” dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, edito in Italia da Raffaello Cortina Editore. Il libro, frutto di un lungo lavoro di ricerca e di incontri in carcere con autori di crimini violenti, esplora le “cosmologie violente” di persone apparentemente insospettabili, cercando di comprendere le motivazioni profonde che si celano dietro gesti estremi non legati a marginalità sociale o patologie psichiatriche. Il film di Di Costanzo si pone in continuità con questa ricerca, interrogandosi sulla possibilità di dare un senso a un atto che appare insensato.

Il regista, la cui cifra stilistica è da sempre legata a un cinema del reale che indaga le zone d’ombra della società, prosegue con “Elisa” un percorso già intrapreso con “Ariaferma”. Se nel film precedente l’attenzione era sulle relazioni umane all’interno di un carcere in dismissione, qui lo sguardo si sposta all’interno, nel labirinto della mente di una donna che ha compiuto un atto di violenza estrema.

Un cast di eccellenza per una storia potente

A sorreggere la complessa architettura emotiva del film è un cast di altissimo livello. Barbara Ronchi, già vincitrice di un David di Donatello per “Settembre”, offre un’interpretazione coraggiosa e sfaccettata, capace di restituire tutta la complessità di un personaggio sospeso tra fragilità e manipolazione. Accanto a lei, oltre al già citato Roschdy Zem, troviamo attori del calibro di Valeria Golino, Diego Ribon e Giorgio Montanini, che contribuiscono a creare un tessuto narrativo ricco di sfumature.

La fotografia di Luca Bigazzi e il montaggio di Carlotta Cristiani, collaboratori storici di Di Costanzo, contribuiscono a definire l’atmosfera cupa e claustrofobica del film, dove gli spazi fisici diventano metafora di quelli mentali.

Oltre il giudizio: la ricerca di una possibile redenzione

“Elisa” non è un film che offre risposte facili o giudizi morali. Al contrario, si interroga sulla possibilità di una rinascita attraverso l’accettazione della propria colpa. In un’epoca in cui la cronaca nera viene spesso spettacolarizzata, l’opera di Di Costanzo si distingue per il suo rigore etico e la sua profonda umanità. Il dialogo tra Elisa e il criminologo diventa un atto di resistenza, un tentativo di comprendere il male senza necessariamente giustificarlo, ma riconoscendolo come l’unico, doloroso passaggio per intravedere un barlume di redenzione. Un cinema necessario, che ci costringe a guardare dove non vorremmo, per scoprire che nell’abisso si può forse trovare un inatteso spiraglio di luce.

Di euterpe

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