SULMONA – Il freddo pungente di un’alba invernale si è trasformato in protesta questa mattina nello stabilimento Marelli di Sulmona. Alle prime luci del giorno, una trentina di operai del primo turno ha trovato i reparti di produzione avvolti da un gelo insopportabile, con temperature inferiori ai 4 gradi. Dopo circa un’ora di attesa vana per un miglioramento delle condizioni, i lavoratori hanno deciso di incrociare le braccia, dando vita a uno sciopero spontaneo indetto dalla Fiom Cgil che si è protratto dalle 7:00 alle 14:00. Un gesto forte che non denuncia solo un disagio momentaneo, ma squarcia il velo su una crisi ben più profonda che attanaglia uno dei poli industriali storici della Valle Peligna.

Una Crisi che Viene da Lontano

Quello del riscaldamento inadeguato, come sottolineato dalla Fiom Cgil, è “un problema di vecchia data che l’azienda non ha mai risolto”. Non è la prima volta, infatti, che i dipendenti si trovano a dover operare in condizioni climatiche proibitive, indossando un abbigliamento aziendale pensato per ambienti interni e del tutto insufficiente a proteggerli dal freddo intenso. Secondo le testimonianze, la situazione si ripresenta ciclicamente, in particolare il lunedì mattina, quando gli impianti di riscaldamento vengono riattivati dopo la pausa del fine settimana senza riuscire a portare i vasti ambienti di lavoro a una temperatura consona. La protesta odierna, quindi, va oltre l’emergenza del momento e si carica del peso di ripetute sollecitazioni rimaste inascoltate, evidenziando una questione legata alla tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro, che il sindacato definisce prioritaria.

Un Contesto Industriale Drammatico

Lo sciopero per il freddo è solo la punta dell’iceberg di una situazione industriale e occupazionale allarmante. Lo stabilimento Marelli di Sulmona, che conta 443 dipendenti, è una delle sei principali realtà in crisi del territorio e da anni fa ricorso agli ammortizzatori sociali. La vertenza si inserisce in un quadro più ampio di declino industriale che sta colpendo l’intera Valle Peligna, come dimostrano le recenti manifestazioni che hanno visto scendere in piazza centinaia di lavoratori di diverse aziende in crisi, tra cui Sodecia, Coop, 3G e Cogesa.

La preoccupazione per il futuro è palpabile. Un recente incontro tra azienda e sindacati ha delineato un 2026 a tinte fosche, con previsioni di un ulteriore calo produttivo, un aumento degli esuberi stimati a 163 unità e la necessità di prorogare i contratti di solidarietà fino ad agosto 2027. La crisi dell’automotive a livello globale si ripercuote pesantemente sulla fabbrica abruzzese, la cui sopravvivenza è strettamente legata alle commesse di Stellantis, il suo unico grande cliente.

L’Appello delle Istituzioni e delle Parti Sociali

Di fronte a questa emorragia occupazionale e produttiva, si leva un coro unanime da parte di sindacati, associazioni di categoria come Confindustria e istituzioni locali, che chiedono interventi urgenti e strutturali. La richiesta principale è il riconoscimento della Valle Peligna come Area di Crisi Industriale Complessa, uno strumento che potrebbe sbloccare risorse e politiche mirate per attrarre nuovi investimenti, diversificare la produzione e sostenere la riconversione industriale. Si invoca una sinergia tra tutti gli attori del territorio per costruire una strategia di rilancio che vada oltre la gestione delle singole emergenze e che possa offrire una prospettiva di lungo termine a un’area che rischia la desertificazione industriale e un progressivo spopolamento. La protesta di oggi alla Marelli, nata da un problema apparentemente contingente come il freddo, diventa così il simbolo di una battaglia più grande: quella per la dignità del lavoro e per il futuro di un’intera comunità.

Di veritas

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