ROMA – Cala il sipario sulla vicenda giudiziaria italiana legata al “Dieselgate”. Con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, il Consiglio di Stato ha messo un punto fermo, dichiarando inammissibile il ricorso per revocazione presentato da Volkswagen Group Italia S.p.A. e Volkswagen AG. Si chiude così, in modo definitivo, il tentativo del colosso automobilistico di annullare la maximulta da 5 milioni di euro, il massimo all’epoca consentito, che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva inflitto nel lontano agosto 2016. La decisione dei giudici di Palazzo Spada non è solo un atto formale, ma la riaffermazione di un principio fondamentale: la manipolazione dei dati sulle emissioni ha rappresentato una pratica commerciale scorretta grave e intenzionale a danno di centinaia di migliaia di consumatori italiani.
Cronistoria di una battaglia legale decennale
Per comprendere appieno la portata di questa decisione, è necessario riavvolgere il nastro di una vicenda complessa e articolata, iniziata quasi dieci anni fa. Tutto ebbe origine dalla sanzione dell’AGCM, che contestò a Volkswagen due condotte principali:
- La commercializzazione in Italia, a partire dal 2009, di veicoli diesel (con motore siglato EA189 EU 5) dotati di un “defeat device”, un software capace di riconoscere le procedure di test sui rulli e di attivare controlli sulle emissioni specifici per ridurre i valori di ossidi di azoto (NOx), per poi disattivarli durante la normale guida su strada.
- La diffusione di campagne pubblicitarie e materiali informativi che, vantando una particolare sensibilità ambientale e il rispetto delle normative, risultavano ingannevoli per i consumatori, inducendoli a compiere una scelta d’acquisto che altrimenti non avrebbero fatto.
La risposta di Volkswagen non si fece attendere: annunciò immediatamente ricorso, dando il via a un lungo iter legale. Il primo round si tenne davanti al TAR del Lazio, che respinse le argomentazioni della casa automobilistica. Il cuore della difesa di Volkswagen si basava sul principio del “ne bis in idem”, ovvero il divieto di essere processati o puniti due volte per lo stesso fatto. Il gruppo tedesco sosteneva che la sanzione da 1 miliardo di euro irrogata nel 2018 dalla Procura tedesca di Braunschweig per lo stesso scandalo dovesse precludere un’ulteriore sanzione in Italia.
Il TAR non accolse questa tesi, spingendo Volkswagen a rivolgersi al grado di giudizio successivo: il Consiglio di Stato. Quest’ultimo, riconoscendo la complessità della questione e le sue implicazioni a livello europeo, decise di sospendere il giudizio e di interpellare la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con un rinvio pregiudiziale. La Corte UE, nel settembre 2023, ha chiarito che il principio del “ne bis in idem” è applicabile anche alle sanzioni amministrative di natura penale per pratiche commerciali sleali. Tuttavia, all’esito di questa pronuncia, il Consiglio di Stato ha comunque respinto l’appello di Volkswagen, confermando la multa dell’Antitrust con la sentenza 2791/2024.
La Revocazione: l’ultima, vana, speranza di Volkswagen
Nonostante la sentenza d’appello sfavorevole, Volkswagen ha tentato un’ultima carta, quella della revocazione: un mezzo di impugnazione straordinario che consente di contestare una sentenza passata in giudicato solo in presenza di specifici e gravi errori di fatto. Il gruppo ha sostenuto che i giudici avessero commesso un errore di fatto nel non applicare correttamente il principio del “ne bis in idem”.
Anche questo tentativo, però, è stato vanificato. Il Consiglio di Stato, nella sua ultima e definitiva pronuncia, ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno spiegato che il vizio revocatorio sussiste solo per un errore di percezione materiale, un “abbaglio dei sensi” che porta a ritenere esistente un fatto documentalmente escluso o inesistente un fatto documentalmente provato. Non è questo il caso. La valutazione sull’applicabilità o meno del “ne bis in idem” è una questione di interpretazione giuridica, non un errore di fatto. Nello specifico, la sanzione tedesca non derivava da norme europee o da norme nazionali di derivazione europea, facendo venir meno uno dei presupposti per l’applicazione del divieto di doppia sanzione nel contesto specifico.
Le implicazioni della sentenza: una vittoria per i consumatori
La decisione del Consiglio di Stato chiude un capitolo fondamentale del Dieselgate in Italia sul fronte del diritto amministrativo. Essa rappresenta una vittoria significativa per le associazioni dei consumatori e per tutti gli automobilisti che si sono sentiti traditi dalla condotta del produttore. La sentenza ribadisce con forza che le pratiche commerciali devono essere improntate alla massima trasparenza e correttezza, e che l’inganno deliberato ai danni dei clienti non può restare impunito.
Sebbene la multa di 5 milioni di euro possa apparire modesta se confrontata con il fatturato del gruppo Volkswagen o con le sanzioni comminate in altri Paesi, all’epoca rappresentava il massimo che la legge italiana consentiva all’Antitrust di irrogare. Il suo valore, oggi confermato in via definitiva, è soprattutto simbolico e riafferma il ruolo delle autorità di garanzia nella tutela del mercato e dei diritti dei cittadini.
Resta aperto, parallelamente, il fronte delle azioni civili e delle class action, che hanno visto Altroconsumo raggiungere un accordo transattivo con Volkswagen per un risarcimento di circa 50 milioni di euro a favore di oltre 60.000 consumatori aderenti. La conferma della sanzione amministrativa, tuttavia, consolida il quadro di una condotta illecita, fornendo un ulteriore pilastro a sostegno delle ragioni dei consumatori danneggiati.
