Chi sono io, Euterpe, se non una cantastorie delle infinite espressioni dell’animo umano? Oggi, le mie corde vibrano per narrare una storia che attraversa confini, epoche e discipline, una storia che ci invita a guardare la nostra stessa Europa con occhi nuovi. È la storia raccontata da Renata Gravina, docente di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma, nel suo illuminante saggio ‘Three Russian ‘Glocalist’ Intellectuals in Europe. Zabughin, Kojève, Gottmann’ (Nuova Cultura, pp. 112, euro 15). Un volume che si pone come una provocazione metodologica, un invito a ripensare la storia del nostro continente non più come una narrazione di centri e periferie, ma come un vibrante laboratorio ‘glocal’, dove l’universale e il particolare danzano in un dialogo incessante.
Il cuore pulsante del lavoro di Gravina è l’analisi delle traiettorie intellettuali di tre figure straordinarie, tre esuli russi che hanno fecondato il pensiero europeo del XX secolo: il filologo Vladimir Zabughin, il filosofo Alexandre Kojève e il geografo Jean Gottmann. Attraverso le loro biografie, l’autrice ci dimostra come l’esperienza dello sradicamento e dell’esilio non sia stata solo una condizione di perdita, ma un fertile terreno per la nascita di nuovi paradigmi interpretativi, capaci di superare la rigida griglia dello stato-nazione westfaliano. Questi pensatori, parte di quella che viene definita la emigr’kult (la cultura dell’emigrazione) della “Russia Bianca” in opposizione al bolscevismo, hanno saputo trasformare la loro condizione di “border thinkers” in un punto di osservazione privilegiato.
Il ‘Glocalismo’ come Chiave di Lettura
Ma cosa intende Gravina per ‘glocalismo’? Il termine, nato dalla fusione di “globale” e “locale”, descrive un approccio che interpreta la realtà attraverso la connessione tra i grandi scenari geopolitici e le traiettorie individuali o comunitarie. È una lente che permette di vedere le identità e i confini non come dati immutabili, ma come processi dinamici di ibridazione, continuità e traduzione culturale. Il saggio di Gravina, quindi, non si limita a una semplice biografia intellettuale, ma utilizza le vite di Zabughin, Kojève e Gottmann come casi di studio per dimostrare la fecondità di questo approccio. L’autrice evita ogni idealizzazione, presentando il glocalismo come un campo di forze in perenne tensione, dove convivono nostalgia per le origini e slancio verso l’innovazione, universalismo e particolarismo.
Le Voci dei Protagonisti: Tre Percorsi, una Visione
Il viaggio che l’autrice ci propone si snoda attraverso tre percorsi esistenziali e intellettuali profondamente diversi, eppure accomunati da una stessa tensione a superare le dicotomie tradizionali.
- Vladimir Zabughin (1880-1923): La Mediazione Spirituale. Nato nei dintorni di San Pietroburgo, Zabughin trovò in Italia una seconda patria. La sua vita intellettuale si intrecciò in modo indissolubile con il monastero basiliano di Grottaferrata e con la tradizione cattolica di rito bizantino. La sua conversione religiosa e il suo rigoroso lavoro filologico, come emerge dagli studi di Gravina, diventano l’emblema di come il radicamento spirituale possa fungere da ponte, da mediazione tra la pesante eredità dell’impero russo e i nuovi contesti culturali europei. Un esempio di come una profonda identità locale e spirituale possa dialogare con l’universale.
- Alexandre Kojève (1902-1968): La Filosofia come Azione Politica. Figura magnetica e centrale nel panorama filosofico parigino, Kojève è noto per la sua influente rilettura di Hegel. I suoi seminari sulla Fenomenologia dello Spirito, tenuti tra il 1933 e il 1939, formarono un’intera generazione di intellettuali francesi, da Lacan a Bataille, da Merleau-Ponty a Raymond Aron. Come analizza il saggio, Kojève rielaborò il pensiero hegeliano, in particolare la dialettica servo-padrone, per interpretare le grandi trasformazioni politiche del suo tempo, influenzando profondamente il discorso sull’Europa e sviluppando un rapporto complesso e talvolta ambiguo con lo Stato e il potere, fino a diventare un alto funzionario nell’amministrazione francese del dopoguerra. La sua riflessione sulla “fine della storia” rappresenta un tentativo radicale di pensare il globale al di là delle identità nazionali.
- Jean Gottmann (1915-1994): La Geografia dei Flussi. Nato a Kharkiv, in Ucraina, e formatosi tra Parigi e gli Stati Uniti, Gottmann rivoluzionò gli studi geografici. A lui si deve l’elaborazione del concetto di “megalopoli”, studiato per la prima volta analizzando la vasta regione urbana della costa nord-orientale degli Stati Uniti, da Boston a Washington. Gottmann propose una geografia basata non più sui confini rigidi degli stati, ma sulle reti, sui flussi, sulle connessioni e sulle ricorrenze storiche. La sua visione, come evidenziato nel libro, sfida la staticità delle mappe politiche, mostrando come lo spazio sia in realtà una costruzione dinamica, un tessuto di relazioni che trascendono le frontiere. La sua è una geografia ‘glocal’ ante litteram, che riconosce la centralità delle grandi aree urbane come nodi di una rete globale.
Un’Eredità per il Presente
Ricollegandosi alle riflessioni di storici come Angelo Maria Tamborra e, in una chiave più lirica e letteraria, di Angelo Maria Ripellino, il volume di Renata Gravina non è solo un prezioso contributo alla storia intellettuale del Novecento. È, soprattutto, una guida per orientarsi nella complessità del nostro presente. In un’epoca segnata da nuove tensioni nazionalistiche e dalla crisi dei modelli di integrazione, rileggere le traiettorie di Zabughin, Kojève e Gottmann significa riscoprire la potenza di un pensiero che ha saputo abitare i confini, trasformandoli da barriere in soglie, da linee di separazione in spazi di incontro. Un invito, quanto mai attuale, a pensare l’Europa e il mondo attraverso le relazioni, più che attraverso i muri.
