Nel cuore pulsante del dibattito culturale, alla fiera della piccola e media editoria “Più Libri Più Liberi”, emerge una voce tanto lucida quanto provocatoria: quella del filosofo israelo-tedesco Omri Boehm. Presentando la sua ultima opera, “Universalismo radicale – Oltre l’identità” (Marietti1820), Boehm non si limita a un’analisi accademica, ma lancia un appello appassionato per un cambio di paradigma nel modo in cui concepiamo la politica, il diritto e la convivenza, con un focus particolare sul conflitto israelo-palestinese.
Il Primato dell’Umanità sull’Identità
Il fulcro del pensiero di Boehm, come da lui stesso spiegato, risiede in un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: “L’universalismo radicale è l’idea che l’umanità deve essere il fondamento delle nostre norme”. Questa affermazione non è un mero esercizio retorico, ma la base per una critica serrata alle politiche identitarie che, secondo il filosofo, hanno raggiunto un punto di stallo, trasformandosi in una “gabbia”. Che si tratti dell’identità ebraica o di quella palestinese, la loro difesa, afferma Boehm, deve scaturire dal riconoscimento del valore intrinseco di ogni essere umano, e non viceversa. La legge, quindi, non deve partire dalla tutela di un gruppo specifico, ma dalla protezione degli individui in quanto tali.
Nel suo saggio, Boehm intraprende un viaggio intellettuale che spazia dalla rilettura della Dichiarazione di indipendenza americana e del saggio kantiano sull’illuminismo, fino alla narrazione biblica del sacrificio di Isacco. Quest’ultimo, in particolare, viene reinterpretato non come un atto di cieca obbedienza, ma come un potente simbolo della disobbedienza morale di fronte a un comando ingiusto, un richiamo a un principio di giustizia superiore. Attraverso questi riferimenti, l’autore costruisce un quadro audace che si richiama all’appello umanistico di figure come i profeti biblici, Kant, Abraham Lincoln e Martin Luther King.
I Limiti del Sionismo e la “Repubblica di Haifa”
Boehm, cittadino israeliano e tedesco che insegna filosofia alla New School for Social Research di New York, non esita a mettere in discussione i pilastri del pensiero sionista. Pur riconoscendo che l’idea di un’emancipazione attraverso la sovranità ebraica “non è completamente sbagliata”, soprattutto alla luce della Shoah, ne evidenzia i limiti attuali, definendola “autodistruttiva”. Il pericolo, secondo il filosofo, risiede nel fatto che “ogni identità, ogni gruppo di vittime, ora cerca di cancellare l’altro”.
Contestualizzando la sua analisi al presente, Boehm sottolinea l’asimmetria di potere, con quello israeliano che “prevale e sostanzialmente cancella l’identità palestinese”. Tuttavia, non manca di notare come certi principi di esclusione siano presenti anche da parte palestinese e tra i suoi sostenitori in Occidente. La critica si estende a una politica basata sui “presunti diritti assoluti della vittima”, che si contrappone al “dovere assoluto verso gli esseri umani”, indipendentemente dalla loro identità.
Di fronte all’impasse della soluzione a due Stati, che a suo avviso non rappresenta più un ideale di pace ma un modo per garantire la sovranità nazionale a qualunque costo, Boehm rilancia una proposta già articolata in un altro suo libro: la “Repubblica di Haifa”. Si tratterebbe di una federazione bi-nazionale in cui israeliani e palestinesi siano cittadini con uguali diritti. Questo modello prevederebbe:
- Una Costituzione comune che stabilisca i principi minimi da rispettare.
- Autonomia nazionale per ciascuna parte fino a un certo punto.
- Il divieto per i rispettivi parlamenti di legiferare contro la nazionalità e i diritti individuali dell’altra parte.
Sorprendentemente, Boehm nota come questa idea non sia così distante dal Piano di partizione della Palestina delle Nazioni Unite del 1947. L’idea affonda le sue radici in una proposta di Menachem Begin del 1977, che prevedeva l’autonomia palestinese e la possibilità per tutti i palestinesi di ottenere la cittadinanza israeliana.
Un Appello alla Responsabilità e alla Critica
La posizione di Boehm è intransigente nel chiedere responsabilità. Critica aspramente il silenzio di intellettuali come David Grossman che, pur avendo parlato di genocidio, non avrebbero chiesto un cessate il fuoco per proteggere le vite dei palestinesi. “Già l’8 ottobre ho detto che le vite dei palestinesi devono essere protette come quelle degli ebrei e che dobbiamo ritenere il nostro governo responsabile”, afferma con forza. Questo dovere di critica e di disobbedienza a un potere ingiusto è un tema centrale nel suo pensiero, riassunto dalla citazione di Hannah Arendt: “Nessun essere umano ha il diritto di obbedire”.
Anche su temi apparentemente laterali come la partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest, il filosofo mantiene una posizione equilibrata. Pur ritenendo che Israele debba partecipare, comprende le ragioni di chi ne chiede l’esclusione, specificando che tale richiesta non è necessariamente antisemita. L’intervento cruciale, per Boehm, non è sul piano culturale, ma su quello del diritto internazionale, a cui i Paesi dovrebbero richiamare Israele.
La riflessione di Omri Boehm, premiato nel 2024 con il Premio letterario di Lipsia per la comprensione europea, si pone come un contributo essenziale e coraggioso. In un mondo lacerato da conflitti identitari, il suo richiamo a un universalismo radicato nell’umanità non è un’utopia astratta, ma una proposta politica concreta per riscoprire un principio di giustizia superiore e senza compromessi.
