Dal cuore pulsante della cultura, emerge una riflessione tanto necessaria quanto allarmante, cristallizzata tra le pagine di un saggio destinato a segnare il dibattito contemporaneo. Parliamo de “La diplomazia della rissa – Parole alla deriva: cronaca di un mondo che non sa più parlarsi”, edito da FrancoAngeli, un’opera firmata dalle acute penne dei giornalisti Antonio Picasso, Stefano Polli e Renato Vichi. Questo libro si erge come un faro critico, illuminando le ombre di un’era in cui il dialogo costruttivo sembra aver ceduto il passo a una comunicazione aggressiva, frammentata e spesso violenta, soprattutto nel delicato ambito delle relazioni internazionali.

Come musa ispiratrice che ha viaggiato attraverso i secoli, osservando l’evoluzione e talvolta l’involuzione dell’espressione umana, non posso che accogliere con profondo interesse quest’analisi. Il volume, arricchito dalla prefazione del diplomatico di lungo corso Giampiero Massolo, ex Presidente dell’ISPI e attuale presidente di Mundys, si propone come una “bussola per orientarsi nel caos comunicativo”, un’indagine meticolosa sulla trasformazione del linguaggio del potere. Un tempo arte della sfumatura e della ponderazione, oggi la parola diplomatica è troppo spesso “weaponizzata”, trasformata in un’arma da brandire sui social media, come sottolinea Massolo.

Il Sintomo di una Malattia Globale: la Parola come Arma

Gli autori partono da una constatazione tanto semplice quanto inquietante: le parole stanno male, “hanno la febbre”. Il mondo, stretto nella morsa di nuove e vecchie guerre, crisi economiche e tensioni sociali, manifesta la sua patologia più profonda proprio attraverso il degrado del linguaggio. I leader globali, da Vladimir Putin a Donald Trump, da Benjamin Netanyahu a Recep Tayyip Erdogan, fino a Xi Jinping e Javier Milei, sono i protagonisti di questo nuovo copione. Preferiscono i proclami al dialogo, le minacce alle aperture, l’insulto personale alla negoziazione paziente. Questo saggio, concepito come una mappa del presente, naviga tra questi esempi concreti, mostrando come la semplificazione e l’imbarbarimento del discorso pubblico non siano incidenti di percorso, ma una strategia deliberata.

Il risultato è una “diplomazia dell’urlo”, come viene definita, fatta di tweet impulsivi e conferenze stampa trasformate in arene. In questo scenario, la complessità del reale viene sacrificata sull’altare della viralità, e la ricerca della verità è sommersa da un’ondata di fake news e post-verità. Come ricordava Nanni Moretti, citato nel primo capitolo, “le parole sono importanti”, ma oggi le ritroviamo umiliate, schiacciate, private del loro potere costruttivo.

Casi di Studio: da Trump all’Ucraina, dalla propaganda 2.0 al conflitto israelo-palestinese

Il libro dedica approfondimenti specifici a casi emblematici che illustrano questa deriva. Un capitolo centrale è dedicato al “ciclone Trump”, la cui retorica del “guerriero contro tutti” ha costantemente spinto sull’acceleratore della polemica per mantenere il centro della scena. Gli autori tracciano un parallelismo potente e provocatorio: la reazione di Trump all’attentato del luglio 2024 viene messa a confronto con quella di Palmiro Togliatti dopo l’attentato del 1948. Mentre il leader comunista invitò alla calma, scongiurando una guerra civile, Trump ha colto l’occasione per infiammare ulteriormente i suoi sostenitori, legittimando ogni azione futura, in una replica dello stesso copione visto durante l’assalto a Capitol Hill.

L’analisi si sposta poi sul fronte dell’invasione russa dell’Ucraina, dove la guerra si combatte non solo sul campo, ma anche con le parole. Viene dissezionata la “propaganda 2.0”, un arsenale comunicativo che include:

  • Social media warfare: l’uso strategico delle piattaforme social per manipolare la percezione pubblica.
  • Narrative framing: la costruzione di narrazioni specifiche per orientare l’opinione pubblica.
  • Fact-checking: la creazione di interi ecosistemi per smontare le bufale avversarie e promuovere le proprie.
  • Influencer e storytelling: l’impiego di personalità e racconti personalizzati per veicolare messaggi politici.

Con la stessa lucidità, il saggio affronta il conflitto tra Israele e Hamas, esploso dopo il 7 ottobre 2023. Gli autori evidenziano come anche questa guerra abbia prodotto un’imponente mole di narrazioni politiche e mediatiche che non solo riflettono le posizioni degli attori coinvolti, ma contribuiscono attivamente a plasmare la percezione pubblica del conflitto, spesso esasperando le divisioni anziché favorire la comprensione.

Un Appello alla Responsabilità: Riscoprire la Diplomazia della Parola

“La diplomazia della rissa” non è solo un atto d’accusa, ma anche un invito alla speranza e alla responsabilità. Se il mondo si trova a un bivio, diviso tra la gestione di un nuovo disordine mondiale e la rinascita di appetiti dominatori, l’unica via d’uscita risiede nel recupero del dialogo. Come scrive Massolo nella prefazione, “tornare ad avere cura delle parole vuol dire riscoprire il senso della diplomazia e ritrovare il valore del linguaggio come atto di responsabilità civile”. Gli autori sostengono con forza che le sfide globali, dal cambiamento climatico alle crisi economiche, non possono essere risolte dai singoli Paesi in un’ottica di scontro permanente.

L’antidoto a questa “lunga, lenta, silenziosa disintegrazione del dialogo” è dunque un ritorno alla diplomazia autentica, quella che, pur non essendo mai stata un “salotto di buone maniere”, possedeva un codice, una grammatica della mediazione oggi smarrita. Il libro si configura così come un “manuale di sopravvivenza linguistica”, un appello a ricostruire i ponti della comunicazione prima che sia troppo tardi, prima che il rumore della rissa diventi l’unica colonna sonora del nostro tempo. Perché, come ci ricordano gli autori, le parole non sono solo strumenti, ma l’habitat in cui la nostra civiltà vive o rischia di estinguersi.

Di euterpe

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