C’è un’immagine potente, quasi un dagherrotipo letterario, che apre le porte di un mondo lontano: quella di un bidello che, con gesti antichi e precisi, riempie i calamai incastonati nei banchi di scuola. Da quel piccolo foro tondo, intriso di un liquido scuro e denso, prende le mosse il viaggio a ritroso nel tempo di Silvia Resta, nota giornalista d’inchiesta e inviata speciale, che con il suo ultimo lavoro, “Inchiostro. Diario degli anni 60” (All Around, 2025), ci consegna una testimonianza preziosa e toccante. Non un saggio storico, ma un diario dell’anima, un mosaico di ricordi personali che si intrecciano inestricabilmente con la grande Storia, quella che ha plasmato l’Italia e il mondo intero.
Lo sguardo duplicato: l’innocenza e la Storia
Nata a Roma nel maggio del 1956, Silvia Resta era una bambina quando gli anni Sessanta dispiegavano la loro complessa trama. È proprio questo il cuore pulsante del libro: un racconto in dieci tappe che filtra eventi epocali attraverso la sensibilità di uno sguardo infantile. Questa prospettiva non sminuisce la portata dei fatti, al contrario, la amplifica, restituendocela con una purezza quasi disarmante. Come scrive l’autrice, si tratta di un’antologia di memoria collettiva, un affresco di un’epoca in cui “successe di tutto e di più: tutto quello che magari poi sarebbe accaduto di nuovo, ma non con la potenza della prima volta”. La narrazione si muove su un doppio binario: da un lato la levità candida dell’infanzia, fatta di odori, suoni e dettagli minuti; dall’altro il dramma cosmico della Storia che irrompe, spesso incompreso ma non per questo meno impattante.
Il risultato è una dimensione quasi sospesa nel tempo, dove la memoria dei dettagli si fa protagonista: l’odore aspro dell’inchiostro che dà il titolo all’opera, quello della brillantina sui capelli degli uomini, il rumore delle scarpe di cuoio consumato sui tram affollati. Sono queste madeleine proustiane a fare da contrappunto ai grandi eventi che hanno segnato il decennio.
Un decennio in dieci racconti: dalla speranza alla perdita dell’innocenza
Il diario di Silvia Resta ci accompagna attraverso i momenti cruciali di un’era di trasformazioni radicali, un’epoca di sogni e di profonde ferite. Il percorso si snoda attraverso tappe emblematiche:
- La morte di Papa Giovanni XXIII: un lutto collettivo vissuto tra le candele delle processioni, un momento di raccoglimento che unisce la nazione.
- L’attentato a John F. Kennedy: la notizia che arriva da Dallas e gela il mondo, segnando la fine di un sogno di rinnovamento e speranza.
- Il traforo del Monte Bianco: un’opera ingegneristica maestosa che unisce fisicamente Italia e Francia, simbolo del progresso e del boom economico.
- La morte di Che Guevara: la scoperta di un’icona rivoluzionaria il giorno della sua cattura, un volto barbuto che diventa simbolo per una generazione.
- Il primo trapianto di cuore: la notizia, letta sul giornale, dell’impresa di Christiaan Barnard, che apre scenari impensabili per la scienza e per l’umanità.
- Lo sbarco sulla Luna: una nazione intera raccolta davanti alle luci azzurrognole dei televisori in bianco e nero, a testimoniare un evento che sembrava appartenere alla fantascienza.
- La guerra in Vietnam: le prime, terribili immagini del napalm sui bambini, una violenza lontana che entra nelle case e scuote le coscienze.
- La strage di Piazza Fontana: il libro si chiude con la bomba del 12 dicembre 1969, l’evento che, secondo le parole dell’autrice, segna simbolicamente la fine dell’innocenza per un’intera generazione e l’inizio degli “anni di piombo”.
La memoria dei media e la metafora dell'”Inchiostro”
Questo libro è anche una preziosa riflessione su come si formava l’immaginario collettivo prima dell’era digitale. Le notizie arrivavano dalla radio, dai giornali, da una televisione ancora ai suoi albori. Erano riti collettivi, momenti di condivisione che scandivano la vita familiare e sociale. Raccontare questi eventi significa anche raccontare i media che li veicolavano, restituendo il sapore di un’informazione radicalmente diversa da quella odierna.
Il titolo stesso, “Inchiostro”, è una metafora potente. Non è solo il ricordo materiale della scuola, ma anche il segno indelebile che la Storia lascia sulla pagina bianca della vita. È la macchia scura di un dolore incomprensibile, come quello di Piazza Fontana, ma anche il tratto leggero e fantasioso di un gioco infantile. In questa dicotomia risiede la forza del libro: nel saper tenere insieme la dimensione pubblica e quella intima, la cronaca di una nazione e il diario di una donna, di una giornalista, e della sua generazione.
Con uno stile personale e a tratti nostalgico, Silvia Resta, già autrice di importanti lavori su mafia e terrorismo, ci offre un’opera che è più di un semplice memoriale. È un “atlante affettivo e civile”, come è stato definito, un invito a riscoprire le nostre radici e a comprendere come il passato continui a riverberare nel nostro presente.
