Dalle aule del Tribunale di Siracusa emerge un caso che funge da spartiacque nel dibattito, sempre più attuale, sull’impiego dell’intelligenza artificiale (IA) nelle professioni legali. Un avvocato è stato condannato a una sanzione esemplare per aver inserito in una memoria difensiva quattro sentenze della Cassazione risultate completamente inventate. La vicenda, definita dalla sentenza n. 338/2024 del 20 febbraio, non solo ha portato a conseguenze economiche significative per il legale, ma ha anche acceso un faro sulla necessità di un approccio critico e vigile verso le nuove tecnologie.

Il Cuore della Vicenda: Quattro Sentenze Inesistenti

Il caso trae origine da una causa civile relativa a un contratto di sublocazione di un immobile a Siracusa. Nel tentativo di sostenere le tesi della propria cliente, il difensore ha citato, corredandoli di passaggi virgolettati, quattro precedenti giurisprudenziali di legittimità. Tuttavia, a seguito di una meticolosa verifica da parte del giudice, Alfredo Spitaleri, presso il Centro Elettronico di Documentazione (CED) della Corte di Cassazione, è emersa una realtà sconcertante: nessuna delle sentenze citate conteneva i passaggi riportati. Anzi, sebbene i numeri delle sentenze fossero reali, queste trattavano materie completamente diverse e non erano in alcun modo pertinenti al caso in questione.

Di fronte a questa anomalia, il tribunale ha formulato un’ipotesi ben precisa, come si legge nelle motivazioni della sentenza: “l’unica ipotesi residua, e al tempo stesso la più compatibile con la fenomenologia concreta del caso, è che il difensore si sia avvalso di uno strumento di intelligenza artificiale generativa senza sottoporre gli output ottenuti alla doverosa verifica sulle fonti primarie”.

Le “Allucinazioni” dell’IA e la “Colpa Grave” del Professionista

Il fenomeno che ha tratto in inganno il legale è tecnicamente noto come “allucinazione” dell’intelligenza artificiale. I modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), come quelli alla base di molte IA generative, non sono banche dati giurisprudenziali, ma generatori di testo basati su calcoli statistici e probabilistici. Quando non trovano una risposta precisa nei dati di addestramento, possono “inventare” informazioni verosimili ma non veritiere.

Il giudice ha qualificato la condotta del legale come “colpa grave”. Nella sentenza si sottolinea come, allo stato attuale delle conoscenze tecnologiche, non siano più tollerabili errori di tale natura, che “lungi dal costituire meri refusi o imprecisioni – nascono da colpevole negligenza”. L’uso acritico di questi strumenti, senza una successiva e indispensabile verifica umana, appesantisce l’attività del giudice e delle controparti, costringendoli a un lavoro supplementare per controllare l’attendibilità delle citazioni.

La Sanzione: un Monito per la Categoria

Le conseguenze per l’avvocato sono state severe e multifattoriali, per un totale di quasi 30.000 euro. La condanna, infatti, si articola in una triplice sanzione:

  • 14.103 euro per le spese legali, da rifondere alla controparte vittoriosa.
  • 14.103 euro a titolo di risarcimento del danno per “lite temeraria” (responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c.), per aver agito in giudizio con negligenza inescusabile.
  • 2.000 euro da versare alla Cassa delle Ammende, una sanzione volta a scoraggiare azioni pretestuose.

Questa decisione non è isolata e si inserisce in una traiettoria giurisprudenziale sempre più attenta ai rischi derivanti da un uso improprio dell’IA, con precedenti anche presso i tribunali di Torino e il TAR della Lombardia.

Il Futuro dell’Avvocatura tra Innovazione e Deontologia

La vicenda di Siracusa non rappresenta una condanna all’intelligenza artificiale in sé, ma un forte richiamo alla responsabilità e alla centralità del professionista. Come sottolineato da Giuseppe Gurrieri, vicepresidente della Camera penale di Siracusa, esistono già strumenti di IA associati a banche dati che possono essere utili per analizzare documenti estesi o sviluppare motivi d’appello. L’importante è che la tecnologia rimanga uno strumento di supporto e non un sostituto del giudizio critico, della competenza e della deontologia professionale.

L’innovazione tecnologica deve essere sempre governata dal controllo umano. La firma apposta su un atto giudiziario attribuisce la piena responsabilità dei suoi contenuti al legale, indipendentemente dal fatto che sia stato redatto personalmente, da un collaboratore o con l’ausilio di un’intelligenza artificiale. Questo caso, destinato a fare giurisprudenza, serve da monito per l’intera categoria forense: abbracciare il futuro della tecnologia è necessario, ma farlo con consapevolezza, diligenza e un incrollabile rispetto per la verità processuale è un dovere imprescindibile.

Di davinci

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