L’acuirsi delle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, un’arteria vitale per il commercio globale, proiettano un’ombra minacciosa sulla stabilità della filiera farmaceutica mondiale. L’allarme, lanciato con forza dal professor Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano La Statale, delinea uno scenario critico in cui farmaci essenziali come paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e persino terapie oncologiche potrebbero scarseggiare, mettendo a dura prova i sistemi sanitari di tutto il mondo, compreso quello italiano.
La dipendenza petrolchimica: il tallone d’Achille dell’industria farmaceutica
Al centro della vulnerabilità del settore farmaceutico vi è la sua stretta dipendenza dai precursori petrolchimici. Molti principi attivi e componenti fondamentali per la produzione di medicinali, inclusi plastiche, packaging e reagenti, derivano direttamente dal petrolio e dai suoi derivati, che transitano in larga parte attraverso lo stretto di Hormuz. Si stima che circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto attraversino questo corridoio marittimo, ora di fatto una zona di guerra. Una singola pillola, come quella di metformina per il diabete, può dipendere da ben quattro elementi petrolchimici distinti, dal principio attivo al blister che la contiene.
Le scorte attuali, secondo le stime, possono garantire un’autonomia di soli due o tre mesi. Se il conflitto dovesse protrarsi, avverte Pregliasco, la crisi da congiunturale potrebbe rapidamente trasformarsi in strutturale, con conseguenze sanitarie ed economiche difficilmente prevedibili. Già prima dell’attuale crisi, la carenza di farmaci era un problema noto, con un numero di medicinali mancanti che oscillava tra 400 e 1.500 a seconda dei Paesi. Questo numero è destinato inevitabilmente a crescere.
L’impatto a cascata sul Sistema Sanitario Nazionale
Le ripercussioni di un blocco prolungato non si limiterebbero alla sola disponibilità di farmaci. Il professor Pregliasco evidenzia un effetto a catena che colpirebbe l’intero Sistema Sanitario Nazionale. L’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio, che potrebbe raggiungere i 200 dollari al barile, avrebbe impatti devastanti su più fronti:
- Costi energetici: Ospedali e strutture sanitarie sono altamente energivore. Sale operatorie, reparti di rianimazione e apparecchiature diagnostiche richiedono un costante e ingente apporto di energia, i cui costi schizzerebbero alle stelle.
- Trasporti sanitari: L’intero sistema di logistica sanitaria, dalle ambulanze per l’emergenza-urgenza alla distribuzione di farmaci e dispositivi medici, subirebbe un drastico aumento dei costi operativi.
- Inflazione e bilanci pubblici: Un’inflazione galoppante aumenterebbe i costi di acquisto per farmaci, dispositivi e servizi esternalizzati. Questo metterebbe a dura prova la tenuta del Fondo Sanitario Nazionale che, se non adeguato tempestivamente, diventerebbe insufficiente a coprire le necessità reali, riducendo il potere d’acquisto dei finanziamenti già allocati.
- Pressione sul personale: L’aumento del costo della vita genererebbe inevitabilmente una maggiore pressione per l’adeguamento salariale del personale sanitario, già provato da anni di sfide.
L’Italia, in particolare, risulta essere una delle economie avanzate più esposte a shock sui prezzi energetici, data la sua forte dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas. Un’analisi di Oxford Economics ha stimato che l’inflazione nel nostro Paese potrebbe aumentare di oltre un punto percentuale in più rispetto ad altre grandi economie occidentali.
Uno scenario globale incerto e la ricerca di alternative
La crisi dello stretto di Hormuz si inserisce in un contesto globale già caratterizzato da una crescente “route vulnerability”, ovvero la dipendenza da snodi logistici strategici sensibili a tensioni geopolitiche. Sebbene al momento non si parli di emergenza immediata, la preoccupazione per l’incertezza sulla durata del conflitto è palpabile. Secondo alcuni esperti, un quadro più chiaro dell’impatto reale sul settore si potrà avere solo tra circa sei mesi.
L’industria sta tentando di reagire reindirizzando i carichi attraverso rotte alternative, come l’Arabia Saudita o l’Oman, ma queste soluzioni comportano un aumento dei tempi di transito e dei costi di trasporto e assicurazione, che secondo dati UNCTAD sono già aumentati rispettivamente del 72% e fino al 300%. La situazione evidenzia la necessità per l’Europa di rafforzare la resilienza della propria filiera farmaceutica, riducendo la dipendenza strutturale da fornitori esterni, soprattutto per quanto riguarda i principi attivi.
La crisi attuale, come sottolineato da diversi analisti, potrebbe accelerare la transizione verso fonti di energia alternative e spingere a una programmazione più decisa per la riduzione della domanda di idrocarburi, per non trovarsi più ostaggio di simili vulnerabilità geopolitiche.
