CITTÀ DEL VATICANO – Un vero e proprio terremoto giudiziario scuote le mura leonine. Con una decisione destinata a segnare una pagina cruciale nella storia della giustizia vaticana, la Corte d’Appello, presieduta da Monsignor Alejandro Arellano Cedillo, ha dichiarato la “nullità relativa” del processo di primo grado a carico del cardinale Angelo Becciu e degli altri nove imputati coinvolti nello scandalo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. La sentenza, emessa il 17 marzo 2026, dispone la “rinnovazione del dibattimento” e, di fatto, annulla le condanne emesse nel dicembre 2023, aprendo uno scenario completamente nuovo per una delle vicende più complesse e delicate degli ultimi anni in Vaticano.

LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE: VIOLATO IL DIRITTO DI DIFESA

Al centro della clamorosa ordinanza di 16 pagine vi è il riconoscimento di un principio cardine di ogni giusto processo: il pieno e incondizionato esercizio del diritto di difesa. I giudici d’appello hanno accolto le eccezioni sollevate sin dall’inizio dai legali degli imputati, riscontrando gravi irregolarità procedurali da parte dell’Ufficio del Promotore di Giustizia. In particolare, la Corte ha stabilito che l’accusa non ha depositato integralmente il fascicolo istruttorio, presentando inoltre molti documenti “parzialmente coperti da omissis”. Questa selezione degli atti, secondo la Corte, ha irrimediabilmente compromesso la capacità delle difese di conoscere tutte le prove raccolte e di preparare un’adeguata strategia processuale, ledendo il “principio della piena conoscenza di tutti gli atti”.

“Non parliamo di aspetti meramente formali, ma di regole a tutela dell’effettività del diritto di difesa”, hanno sottolineato gli avvocati di Becciu, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, esprimendo piena soddisfazione per la decisione. La Corte ha infatti ribadito che non può essere consentita una “selezione degli atti da parte dell’accusa”, un principio che riafferma la “perfetta eguaglianza” tra le parti processuali.

NULLITÀ RELATIVA: COSA SIGNIFICA CONCRETAMENTE

È fondamentale comprendere la portata della definizione di “nullità relativa”. La Corte ha precisato che la sua ordinanza non cancella in toto il giudizio di primo grado. La sentenza e il dibattimento “mantengono i propri effetti”, ma i passaggi viziati dovranno essere interamente rinnovati davanti alla stessa Corte d’Appello. Si ripartirà quindi da un nuovo esame delle prove e dall’ascolto dei testimoni, ma all’interno del secondo grado di giudizio. Il Promotore di Giustizia è stato ora obbligato a depositare in cancelleria, entro il 30 aprile 2026, tutti gli atti dell’istruttoria nella loro versione integrale e senza omissioni. Le parti avranno poi tempo fino al 15 giugno per esaminare la documentazione, e un’udienza è stata fissata per il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario del nuovo dibattimento.

IL NODO DEI RESCRITTI PAPALI

Un altro punto cruciale della decisione riguarda i quattro rescritti con cui Papa Francesco, durante la fase delle indagini, aveva concesso poteri speciali e deroghe al codice di procedura penale all’Ufficio del Promotore. Le difese avevano contestato la legittimità di tali atti, in quanto non pubblicati tempestivamente e rimasti segreti fino a ridosso del processo. La Corte d’Appello ha riconosciuto la fondatezza di queste obiezioni, dichiarando che uno dei rescritti aveva di fatto natura legislativa e la sua mancata pubblicazione lo ha reso inefficace. Questa statuizione ha reso illegittimi alcuni atti istruttori compiuti sulla base di quei poteri speciali, inclusi gli interrogatori del testimone chiave, Monsignor Alberto Perlasca.

LA REAZIONE DEL CARDINALE BECCIU

Il cardinale Angelo Becciu, condannato in primo grado a cinque anni e mezzo per peculato e truffa aggravata, ha accolto con “soddisfazione” la notizia. Attraverso i suoi legali, ha espresso l’auspicio che “si arrivi presto al riconoscimento della mia totale innocenza, nel rispetto dei tempi necessari alla Corte per accertare i fatti”. Per il porporato sardo, privato dei diritti connessi al cardinalato all’inizio della vicenda, questa decisione rappresenta un’importante vittoria processuale e riaccende le speranze di vedere la sua posizione completamente chiarita.

UN PROCESSO DA RIFARE E LE IMPLICAZIONI PER LA GIUSTIZIA VATICANA

La decisione della Corte d’Appello non è solo un colpo di scena nel “processo del secolo” in Vaticano, ma segna anche un momento di profonda riflessione per il sistema giudiziario d’Oltretevere. L’ordinanza arriva a pochi giorni dal discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario, durante il quale il nuovo Pontefice, Leone XIV, aveva sottolineato l’importanza del “rispetto del giusto processo, dell’imparzialità del giudice, dell’effettività del diritto di difesa”. Le parole del Papa sembrano ora quasi profetiche e rafforzano il significato di una sentenza che pone al centro le garanzie procedurali come fondamento dell’autorevolezza e della stabilità istituzionale. Questa debacle per l’accusa, e in particolare per l’operato del Promotore Alessandro Diddi, impone una revisione dei metodi investigativi e processuali, riaffermando che la ricerca della verità non può mai prescindere dal rispetto intransigente delle regole e dei diritti fondamentali di ogni imputato.

Di veritas

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