Ravenna – Un terremoto giudiziario scuote la sanità ravennate e riaccende i riflettori sulla gestione dei flussi migratori in Italia. Otto medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci sono finiti al centro di un’inchiesta della Procura della Repubblica per falso ideologico continuato in concorso e interruzione di pubblico servizio. L’accusa è pesantissima: avrebbero redatto certificati medici falsi o incompleti per attestare la non idoneità di cittadini stranieri irregolari al trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), di fatto ostacolandone l’espulsione.

Secondo il Giudice per le Indagini Preliminari, Federica Lipovscek, le azioni dei medici non sarebbero state frutto di negligenza o errore, ma si inserirebbero in un quadro “di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina”. Una motivazione ideologica, dunque, che avrebbe spinto i professionisti a disattendere le normative vigenti e le proprie responsabilità deontologiche.

Le misure cautelari e i dettagli dell’inchiesta

Al termine di una complessa attività investigativa, coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza e condotta dalla Squadra Mobile e dallo Sco (Servizio Centrale Operativo), il Gip ha disposto misure cautelari significative. Tre medici, ritenuti maggiormente coinvolti per il numero di certificati contestati e per una particolare “intensità del dolo”, sono stati interdetti dalla professione medica per dieci mesi. Per gli altri cinque colleghi indagati è scattato il divieto, per la stessa durata, di occuparsi di certificazioni relative all’idoneità per i CPR.

L’indagine, partita nel luglio del 2025, ha analizzato un periodo compreso tra settembre 2024 e gennaio 2026. In questi mesi, su 64 migranti irregolari visitati nel reparto, ben 34 sono stati giudicati non idonei al trasferimento nei centri, mentre altri 10 si sarebbero rifiutati di sottoporsi alla visita. Di conseguenza, 44 persone sono tornate in libertà. Un dato allarmante emerso dalle indagini è che almeno dieci di questi individui avrebbero successivamente commesso una ventina di reati sul territorio. Le perquisizioni, scattate il 12 febbraio, hanno interessato abitazioni, auto e dispositivi elettronici dei medici, alla ricerca di conversazioni e documenti che potessero provare il presunto sistema coordinato.

La tesi della Procura: “Gravi comportamenti antigiuridici”

Secondo l’impianto accusatorio, i medici avrebbero agito consapevolmente, attestando patologie inesistenti o non sufficientemente gravi da impedire la vita in comunità ristretta. Tra i casi esaminati, figurano certificazioni per presunta scabbia, poi smentite dalle analisi, o diagnosi di disturbi psichiatrici formulate senza il consulto di specialisti. Il Gip Lipovscek ha sottolineato come i medici, “pur di affermare e perseguire la propria ideologia”, abbiano disatteso i pareri di colleghi specializzati, come gli psichiatri.

Nelle motivazioni delle misure cautelari, il giudice ha evidenziato che non è l’adesione a determinate idee politiche a essere in discussione, ma il fatto che questa si sia tradotta in “gravi comportamenti antigiuridici” e in contrasto con le regole deontologiche. Le stesse memorie difensive presentate dai medici, in cui si adducevano motivazioni come la carenza di tempo, l’insufficienza di dati sanitari o le barriere linguistiche, avrebbero, secondo il Gip, rafforzato l’impianto accusatorio, dimostrando una volontà di non procedere con i dovuti accertamenti.

Le reazioni e il dibattito

La vicenda ha immediatamente innescato un acceso dibattito politico e sociale. Da un lato, esponenti politici come il leader della Lega, Matteo Salvini, hanno chiesto “licenziamento, radiazione e arresto” per i medici coinvolti, qualora le accuse fossero confermate. Dall’altro, numerose associazioni e ordini professionali hanno espresso solidarietà agli indagati, difendendo l’autonomia dell’atto medico e sottolineando la “patogenicità” dei CPR, definita un “dato scientifico” e non un’opinione.

La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) hanno ribattuto che le inidoneità certificate non sono “arbitrarie”, ma fondate su dati clinici e sulla consapevolezza che la detenzione amministrativa può essere causa diretta di malattie e disturbi psichiatrici. È stata anche lanciata una petizione online dal titolo “La cura non è un reato” per sostenere i medici di Ravenna. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha espresso vicinanza ai professionisti, ribadendo il principio di presunzione di innocenza.

Mentre le difese attendono il riesame delle misure cautelari, l’inchiesta prosegue. Un nuovo elemento emerso è la testimonianza di un’addetta alle pulizie della stazione di Ravenna, che ha dichiarato di essere stata aggredita da uno degli stranieri dichiarati non idonei al CPR. Questo caso giudiziario, al di là delle singole responsabilità che verranno accertate, solleva questioni complesse e profonde sul confine tra etica medica, obiezione di coscienza e rispetto della legge, in un contesto, quello della gestione migratoria, che continua a essere uno dei più divisivi e delicati per la società italiana.

Di veritas

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