Nel cuore del dibattito sulla riforma della giustizia in Italia, la voce del procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, risuona con particolare autorevolezza e nettezza. Con una lunga carriera spesa in prima linea contro la ‘Ndrangheta e la criminalità organizzata, Gratteri è diventato uno dei più strenui oppositori del progetto di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, un pilastro delle riforme discusse nel Paese.
La Cultura della Giurisdizione al Centro del Dibattito
Intervenendo in diverse sedi pubbliche, tra cui la trasmissione radiofonica ’24 Mattino’ su Radio 24, il procuratore ha esposto le ragioni del suo “no” a una riforma che, a suo dire, minerebbe le fondamenta del sistema giudiziario italiano. “Perché votare no? Perchè non vogliamo un pubblico ministero che sia schiacciato dalla cultura di giurisdizione, vogliamo un pm che continui a ragionare da giudice, che continui a cercare prove a favore dell’indagato e non cerchi di portarlo in giudizio ad ogni costo“, ha affermato Gratteri.
La sua visione è quella di un pubblico ministero “sereno e tranquillo”, libero dall’ansia di essere messo sotto accusa e concentrato unicamente sulla ricerca della verità processuale. Secondo Gratteri, l’attuale osmosi tra le funzioni, pur con i limiti già esistenti al passaggio dall’una all’altra, garantisce che il PM mantenga una mentalità imparziale, un “ragionare da giudice” appunto, che è essenziale per la tutela dei diritti di tutti i cittadini, indagati compresi. La separazione, al contrario, rischierebbe di trasformare l’accusa in una parte “persecutoria”, focalizzata sulla condanna a ogni costo, a detrimento dell’equità del processo.
Il Confronto con i Modelli Stranieri: Un Netto Rifiuto
Una parte significativa dell’argomentazione di Gratteri si concentra sulla critica dei sistemi giudiziari stranieri, spesso portati come esempio dai sostenitori della riforma. Il procuratore ha definito “sistemi che fanno paura” quelli in cui la separazione è già una realtà consolidata, come negli Stati Uniti.
- Il modello americano: “Chi vota sì porta ad esempio sistemi che fanno paura, come quello americano, dove non solo c’è la separazione ma il pm non è di carriera“, ha sottolineato Gratteri. Il rischio, secondo lui, è la politicizzazione della figura del pubblico ministero, che verrebbe a dipendere dall’esecutivo. Questo, a suo avviso, aprirebbe le porte a un sistema in cui il ministro della Giustizia potrebbe dettare le priorità investigative, privilegiando alcuni reati a discapito di altri, come la corruzione o i reati di mafia. Ha citato come esempio negativo il caso di un militare statunitense che, dopo aver sparato a una donna, non è stato incriminato per decisione del ministero, un’eventualità che Gratteri ritiene inaccettabile.
- Il sistema francese: Anche il modello francese non convince il procuratore di Napoli. Alla domanda su chi lo consideri migliore di quello italiano, ha risposto con scetticismo, mettendo in dubbio la sua reale capacità di contrastare fenomeni complessi come la corruzione ai massimi livelli e le mafie. Ha menzionato il processo all’ex presidente Nicolas Sarkozy, evidenziando come sia avvenuto molto tempo dopo i fatti contestati, quando il suo peso politico era ormai ridotto. “Adesso vale come due di coppe a briscola“, ha commentato icasticamente.
Per rafforzare la sua tesi sulla superiorità del sistema italiano, almeno nel contrasto alla criminalità organizzata, Gratteri ha rievocato l’episodio della strage di Duisburg, in Germania. “Pensate che, dopo la strage di Duisburg, il magistrato tedesco venne a trovarmi per pregarmi di non far tenere il processo in Germania, perché non erano in grado di portarlo avanti“. Un aneddoto forte, usato per sottolineare come l’Italia, nonostante i suoi problemi, possieda un apparato normativo e investigativo all’avanguardia nella lotta alle mafie, un’eccellenza che altri Paesi non hanno.
Le Conseguenze della Riforma: Un Danno per i più Deboli
Secondo il procuratore, la separazione delle carriere non è una questione che riguarda solo l’architettura istituzionale, ma avrebbe conseguenze dirette e negative per i cittadini, in particolare per i più deboli. “Questa riforma danneggerà il 90% degli imputati che non possono permettersi avvocati costosi“, ha avvertito. In un sistema dove il PM è obbligato a cercare anche prove a favore dell’indagato, si garantisce una tutela fondamentale per chi non ha i mezzi per finanziare costose indagini difensive. Se questo obbligo venisse meno, o fosse culturalmente indebolito da una logica puramente accusatoria, lo squilibrio tra accusa e difesa si accentuerebbe a svantaggio dei cittadini comuni.
Gratteri contesta anche la motivazione numerica alla base della riforma, sottolineando come la percentuale di magistrati che ogni anno chiede il passaggio di funzioni sia minima, circa lo 0,2%. “Non si modificano sette articoli della Costituzione perché 40 magistrati mediamente ogni anno passano da una funzione all’altra“, ha affermato, suggerendo che le vere ragioni dietro questa insistenza siano altre e mirino a un indebolimento complessivo della magistratura.
In conclusione, la posizione di Nicola Gratteri si configura come una difesa appassionata del modello attuale, visto come un delicato equilibrio a garanzia non solo dell’efficienza nella lotta al crimine, ma anche e soprattutto dell’imparzialità e della tutela dei diritti di ogni singolo individuo di fronte alla legge.
