Messina è sotto shock per il brutale femminicidio di Daniela Zinnanti, 50 anni, uccisa nella sua abitazione di via Lombardia, nel quartiere Lombardo, nella notte tra lunedì 9 e martedì 10 marzo. A porre fine alla sua vita con decine di coltellate è stato l’ex compagno, Santo Bonfiglio, 67 anni, un uomo che avrebbe dovuto trovarsi agli arresti domiciliari e che invece, libero da ogni controllo elettronico, ha potuto portare a compimento il suo piano omicida. Una tragedia che, come un copione già scritto, era stata ampiamente annunciata da una lunga scia di violenze, denunce e misure cautelari che si sono rivelate tragicamente inefficaci.
Una morte annunciata: il calvario di Daniela
La relazione tra Daniela e Santo Bonfiglio era stata un calvario di vessazioni fisiche ed emotive. Già nel giugno del 2025, l’uomo era stato ammonito dal questore per i maltrattamenti inflitti alla compagna, un provvedimento in cui si sottolineava la sua pericolosità e il rischio di azioni “più gravi”. Un’escalation di violenza che ha avuto un picco il 30 maggio 2025, quando Bonfiglio l’aveva colpita con un pugno alla testa, facendola cadere a terra per poi prenderla a calci fino a farla svenire. Ma l’episodio che ha portato all’ultima, fatale misura cautelare risale al 5 febbraio scorso. Quel giorno, la polizia, chiamata dalla stessa Zinnanti, l’aveva trovata a casa di Bonfiglio “in condizioni critiche, tumefatta e coperta di sangue”. L’uomo si era giustificato sostenendo che la donna fosse caduta perché ubriaca. In ospedale, però, i medici le avevano riscontrato fratture costali, un trauma cranico e ferite da taglio, con una prognosi di 30 giorni. In quell’occasione, Daniela aveva raccontato il suo calvario, fatto di liti, pestaggi e tentativi di soffocamento.
Il giudice per le indagini preliminari, nell’ordinanza cautelare di febbraio, aveva descritto un “regime di vita insostenibile e umiliante”, parlando di una “sottomissione psicologica della vittima” confermata dai tentativi di riconciliazione. Per Bonfiglio erano stati disposti gli arresti domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico. Una misura che avrebbe dovuto proteggere Daniela, ma che si è rivelata un tragico fallimento.
L’omicidio: una fuga e una violenza inaudita
Lunedì sera, Santo Bonfiglio è evaso dalla sua abitazione. Senza il braccialetto elettronico, che non era disponibile al momento dell’esecuzione del provvedimento, nessuno ha potuto monitorare i suoi spostamenti. Si è recato a casa di Daniela in via Lombardia, ha forzato una finestra con un tondino di ferro ed è entrato. L’ha sorpresa nella stanza da letto, l’ha tramortita colpendola alla nuca con lo stesso tondino e poi si è accanito su di lei con un coltello, infliggendole almeno trenta coltellate al torace e al collo. Daniela ha provato a difendersi, come testimoniano le ferite alle mani riscontrate durante l’autopsia, ma la furia omicida dell’uomo non le ha lasciato scampo. Il suo corpo è stato trovato il giorno dopo dalla figlia, allarmata dal silenzio della madre.
Le telecamere di sorveglianza del condominio hanno ripreso Bonfiglio mentre usciva dall’appartamento alle 22:25 con il coltello ancora in mano. L’arma del delitto è stata poi ritrovata vicino a un cassonetto. L’uomo, fermato dalla polizia, ha confessato il delitto durante l’interrogatorio ed è stato trasferito nel carcere di Gazzi. Il gip ha convalidato il fermo, confermando la custodia cautelare in carcere.
Un sistema fallace: il braccialetto mai arrivato e i precedenti ignorati
La morte di Daniela Zinnanti solleva pesanti interrogativi sull’efficacia del sistema di protezione delle vittime di violenza. Il braccialetto elettronico, che avrebbe potuto salvarle la vita, sarebbe dovuto arrivare proprio il giorno dopo l’omicidio. Una carenza di dispositivi che, come denunciano le associazioni, vanifica l’efficacia delle misure cautelari e aumenta il rischio per le donne che denunciano. Inoltre, emerge un passato criminale di Bonfiglio che desta sconcerto. L’uomo era già stato condannato per reati contro la persona e porto d’armi. Ma, cosa ancora più grave, nel 2008 era stato arrestato per il tentato omicidio di un’altra convivente, a Spadafora. In primo grado era stato condannato a dieci anni, ma in appello la pena era stata ridotta a tre anni per lesioni personali. Un precedente gravissimo che sembra non aver pesato a sufficienza nelle valutazioni successive.
