Un richiamo forte e chiaro a un cambio di rotta nella narrazione mediatica dei conflitti, affinché il racconto della pace trovi uno spazio adeguato e autorevole accanto a quello della guerra. Questo il messaggio centrale emerso durante la conferenza “Il ruolo dei media nel racconto della guerra”, svoltasi nella mattinata del 12 marzo 2026 presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, a Roma. Un evento che ha visto la partecipazione di giornalisti, accademici e figure politiche, uniti dalla necessità di una riflessione profonda sull’etica e la responsabilità dell’informazione in tempi di crisi internazionali.
L’iniziativa “No Peace No Panel” e i tre appelli di Max Brod
Protagonista del dibattito è stata l’iniziativa ‘No Peace No Panel’, ideata dal giornalista Rai Max Brod, che mira a garantire una rappresentanza equilibrata nei dibattiti mediatici, includendo sistematicamente le voci dei movimenti pacifisti e nonviolenti. Brod ha lanciato tre appelli diretti ai principali attori del sistema informativo e politico:
- Ai giornalisti, ha chiesto di “abbassare la tensione”, evitando la spettacolarizzazione del dolore e la rincorsa a “ascolti e clic”, per privilegiare invece il racconto complesso e costruttivo delle iniziative di pace.
- Agli editori, ha proposto di “mettere in pausa la concorrenza”, valorizzando le voci critiche e dissidenti all’interno delle redazioni, spesso portatrici di prospettive alternative alla narrazione bellicista dominante.
- Alla politica, ha sollecitato un impegno che vada oltre la “logica della raccolta del consenso”, sostenendo attivamente chi opera per la risoluzione diplomatica e pacifica dei conflitti.
Le richieste concrete avanzate da Brod includono la creazione di parterre televisivi bilanciati, con interviste a portavoce di movimenti per la pace, e la narrazione di casi storici di successo nella mediazione, come il ruolo fondamentale della comunità di Sant’Egidio nel processo di pace in Mozambico. Si propone inoltre di sviluppare rubriche dedicate specificamente alla pace, che non si limitino alla sola analisi geopolitica, ma esplorino anche le profonde conseguenze dei conflitti sulla salute mentale delle popolazioni e sull’ambiente.
Il sostegno politico e l’impasse in Commissione di Vigilanza Rai
L’iniziativa ha trovato un importante sostegno politico. La senatrice del Movimento 5 Stelle, Dolores Bevilacqua, ha introdotto i lavori sottolineando che “la guerra deve essere raccontata da un giornalismo libero e indipendente, e accanto al suo racconto deve esserci la voce delle ragioni della pace”. Bevilacqua ha evidenziato come l’informazione libera sia l’unico argine contro la propaganda e la disumanizzazione delle vittime.
L’idea di ‘No Peace No Panel’ era stata recepita e promossa come atto di indirizzo all’interno della Commissione di Vigilanza Rai. Tuttavia, come ricordato dalla sua presidente, Barbara Floridia (M5S), l’organo è di fatto “bloccato” da tempo, impedendo l’approvazione formale del principio. Nonostante lo stallo, Floridia ha ribadito la necessità che il servizio pubblico rappresenti tutte le voci, specialmente quelle che promuovono percorsi di pace, per arricchire il dibattito. Una speranza per lo sblocco della situazione è stata espressa dal consigliere di amministrazione della Rai, Roberto Natale, il quale si è augurato che l’iter possa riprendere dopo l’audizione dell’amministratore delegato Rai, Giampaolo Rossi, calendarizzata per il 25 marzo.
Le riflessioni del mondo accademico
Il dibattito è stato arricchito dagli interventi di due autorevoli figure del mondo accademico, che hanno offerto una prospettiva critica sul ruolo sociale del giornalismo.
Andrea Cozzo, professore dell’Università di Palermo e autore del libro “Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina”, ha invitato a una profonda riflessione sulla responsabilità dei media. Secondo Cozzo, è imperativo “raccontare gli orrori di tutte le parti”, con l’obiettivo di dimostrare che “il vero nemico è la guerra stessa”. La sua analisi critica il “giornalismo di guerra” che, parteggiando per una delle fazioni, finisce per esercitare una “violenza culturale” sull’opinione pubblica, trascurando la ricerca della verità e delle possibili soluzioni pacifiche.
A fargli eco è stato Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Montanari ha messo in guardia contro il rischio che “il monopolio della geopolitica nelle trasmissioni di approfondimento si traduca in una tautologia descrittiva” dei conflitti. Questo approccio, secondo il rettore, veicola un messaggio pericoloso: che la realtà della guerra sia “ineluttabile”, un destino a cui rassegnarsi senza poter immaginare alternative. Una narrazione che, di fatto, prepara l’opinione pubblica ad accettare la guerra come una condizione normale e inevitabile.
La conferenza al Senato ha dunque acceso un faro su una questione cruciale per la salute della democrazia e della società civile: la necessità di un’informazione che non sia solo cronaca di guerra, ma anche e soprattutto cultura di pace.
