Torino – Un centinaio di voci si sono levate questa mattina davanti al Palazzo di Giustizia “Bruno Caccia” di Torino, in un presidio carico di determinazione e preoccupazione. L’iniziativa, organizzata dal movimento transfemminista Non Una di Meno, si inserisce nel solco della giornata di sciopero e mobilitazione dell’8 marzo e punta i riflettori su una delle battaglie più delicate per i diritti delle donne nel panorama legislativo italiano: il disegno di legge sulla violenza sessuale, promosso dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
Le attiviste definiscono il provvedimento “un salto indietro inaccettabile e pericoloso”, un testo che rischia di “minare la credibilità di chi subisce e tutelare chi abusa, aggravando la vittimizzazione secondaria nei tribunali”. Il cuore della protesta risiede in un cambiamento di paradigma considerato rischiosissimo: il passaggio dalla centralità del consenso a quella del dissenso.
Il nodo del contendere: dal consenso al dissenso
Secondo le manifestanti, la nuova formulazione legislativa, che dovrebbe approdare in Senato intorno all’8 aprile, invertirebbe di fatto l’onere della prova. “Non fa altro che dare l’onere della prova alle donne che denunciano violenza”, ha spiegato Chiara, una rappresentante di Non Una di Meno presente al presidio. “Cioè noi dovremmo dimostrare di aver detto no in maniera esplicita, di aver urlato, di esserci dimenate, di aver avuto lividi sul nostro corpo e quindi di aver manifestato in maniera chiara il nostro dissenso”.
Questa modifica, introdotta in Commissione Giustizia, ha stravolto un testo base che era stato approvato in precedenza alla Camera e che ruotava attorno al concetto di “consenso libero e attuale”. L’attuale proposta, invece, incentrandosi sulla “volontà contraria” da dimostrare, secondo i movimenti femministi, assume pericolosamente che i corpi siano disponibili fino a prova contraria. Una visione che si allontana drasticamente dalla Convenzione di Istanbul e dalle più recenti legislazioni europee, come quelle di Spagna e Svezia, che hanno posto il principio del “solo il sì è sì” (only yes means yes) al centro della definizione di violenza sessuale.
Un percorso a ostacoli per le vittime
Le attiviste sottolineano come un simile impianto normativo renderebbe ancora più arduo il già tortuoso percorso di denuncia. “Conosciamo molto bene quali sono i vissuti delle donne che subiscono violenza”, ha aggiunto la portavoce. “Questo ddl rende ancora più difficile e tortuoso per le donne affrontare i processi in tribunale, ma sarà ancora più difficile decidere di denunciare”.
Un timore fondato, se si considera il dato del “sommerso gigantesco” che già oggi caratterizza i reati di violenza di genere. Le statistiche, pur mostrando un lieve aumento delle denunce negli ultimi anni – forse segno di una maggiore consapevolezza e fiducia nelle istituzioni – rivelano una realtà in cui la maggior parte delle violenze non viene mai portata alla luce. La scelta di protestare davanti a un tribunale non è casuale: “Questo è un palazzo dove molte di noi hanno deciso di cercare giustizia e invece si sono trovate davanti a un percorso di violenza inaudita”, ha dichiarato un’attivista al microfono.
Il contesto legislativo e le critiche
La normativa attuale, definita dall’articolo 609-bis del codice penale, punisce chi “con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”. La giurisprudenza ha progressivamente ampliato il concetto di “violenza” includendo anche la sopraffazione psicologica e l’abuso di condizioni di inferiorità. Il ddl Bongiorno, secondo i critici, anziché rafforzare la tutela della libertà di autodeterminazione sessuale, introdurrebbe elementi di ambiguità, focalizzandosi sulla reazione della vittima piuttosto che sull’assenza del suo consenso.
La relatrice del disegno di legge, la senatrice Bongiorno, ha difeso la sua proposta sostenendo che essa pone “al centro la donna e la sua autodeterminazione” e che la valutazione della volontà contraria terrà conto del contesto. Tuttavia, per i movimenti come Non Una di Meno, il linguaggio del “dissenso” e della “volontà contraria” da dimostrare rappresenta una regressione culturale e giuridica che non può essere accettata. La richiesta è netta: “Chiediamo a gran voce che il ddl venga ritirato”. Un appello rivolto a tutte le forze parlamentari, perché la battaglia contro la violenza di genere si combatte prima di tutto sul piano culturale e legislativo, garantendo che sia sempre e solo il consenso, libero e inequivocabile, a definire il confine invalicabile della libertà individuale.
