Dalle officine creative della casa di produzione newyorchese A24, fucina di un cinema indipendente audace e innovativo, arriva nelle sale italiane grazie a I Wonder Pictures una pellicola destinata a far discutere e a imprimersi nella memoria dello spettatore: “Se solo potessi ti prenderei a calci” (titolo originale “If I Had Legs I’d Kick You”). Scritto e diretto da Mary Bronstein, il film è un viaggio viscerale e senza filtri nell’abisso psicologico di una madre, un’opera che si muove con maestria sul filo teso tra dark comedy, dramma psicologico e una tensione quasi horrorifica. A guidarci in questa discesa è la performance monumentale di Rose Byrne, già vincitrice del Golden Globe e ora candidata all’Oscar come Miglior Attrice Protagonista per questo ruolo.
“Sono una di quelle persone che non dovrebbero essere madri”, mormora Linda, il personaggio interpretato da Byrne, in una confessione che è il cuore pulsante del film. Ma Linda non è una cattiva madre. È una donna sfinita, una psicologa che tenta di tenere insieme i frammenti della propria esistenza mentre tutto intorno a lei sembra crollare. La sua vita è un accumulo di pressioni insostenibili: una figlia affetta da un misterioso e grave disturbo alimentare che richiede cure costanti, un marito, Charles (un efficace Christian Slater), perennemente assente per lavoro, una paziente scomparsa e un rapporto sempre più conflittuale con il proprio terapeuta, interpretato da un sorprendente Conan O’Brien.
Una quotidianità che diventa un thriller psicologico
La narrazione si concentra in pochi, densissimi giorni, durante i quali una serie di catastrofi quotidiane amplifica una situazione già al limite. Un’enorme falla nel soffitto provoca un allagamento nel suo appartamento, costringendo Linda e la figlia a rifugiarsi in un motel fatiscente. Qui, tra una receptionist svogliata (Ivy Wolk) e un enigmatico vicino di stanza, il sovrintendente James (interpretato dal rapper A$AP Rocky), l’isolamento di Linda si fa ancora più tangibile. I lavori di riparazione si bloccano, le cure per la bambina non sembrano sortire effetto e ogni telefonata con il marito si trasforma in un’accusa. Bronstein, con la sua regia, ci immerge completamente nella prospettiva di Linda, utilizzando primi piani insistiti e un sound design invasivo per trasmettere allo spettatore la stessa sensazione di oppressione e sovrastimolazione vissuta dalla protagonista. La macchina da presa del direttore della fotografia Christopher Messina si stringe sul volto di Byrne, catturando ogni minima variazione emotiva, ogni crepa nella sua maschera di apparente controllo.
L’estetica dell’ansia e l’eredità dei fratelli Safdie
Lo stile del film, con la sua estetica da “attacco di panico continuo”, richiama volutamente altre produzioni di punta della A24, come “Good Time” (2017) e soprattutto “Uncut Gems” (2019) dei fratelli Josh e Benny Safdie. Il collegamento non è casuale: Mary Bronstein è sposata con Ronald Bronstein, storico collaboratore dei Safdie come co-sceneggiatore e montatore, che qui figura anche tra i produttori. Questa “famiglia” cinematografica condivide un’idea di cinema che esplora l’ansia della vita contemporanea, la disperazione e la tensione urbana con uno stile immersivo e adrenalinico. Tuttavia, a differenza dei film citati, in “Se solo potessi ti prenderei a calci” la fonte dell’angoscia non è il mondo del crimine, ma la normalità di una vita familiare e professionale che diventa una trappola soffocante.
La maternità senza veli e il coraggio di essere imperfetti
Il film si inserisce in un filone cinematografico sempre più presente che osa raccontare la maternità al di là degli stereotipi, mostrandone anche gli aspetti più estenuanti, alienanti e talvolta terrificanti. Opere come “La figlia oscura” di Maggie Gyllenhaal o “Nightbitch” di Marielle Heller hanno aperto la strada a una rappresentazione più onesta e complessa dell’essere madre. La pellicola di Bronstein, nata da un’esperienza personale della regista durata otto anni per accudire la figlia malata, scava ancora più a fondo, esplorando il trauma e il senso di inadeguatezza che possono accompagnare non solo la maternità, ma l’essere caregiver in generale. Come sottolinea la stessa Rose Byrne, “chiunque abbia accudito una persona malata può riconoscersi”.
L’equilibrio tra il tragico e il comico è la vera scommessa vinta del film. “Sono così anche nella vita”, ha dichiarato Byrne, “tendo a ridere nei momenti di tensione. Sono australiana, abbiamo un certo umorismo nero nelle crisi”. Questa vena di black humour attraversa tutta la pellicola, impedendole di sprofondare nel melodramma e rendendo l’esperienza tanto divertente quanto profondamente umana e toccante. La reazione del pubblico, diversa da festival a festival, testimonia la ricchezza di sfumature dell’opera: percepita come una commedia nera sofisticata a New York, quasi come un film horror da un pubblico più giovane a Toronto.
Una performance da Oscar
Al centro di questo “film minuscolo”, come è stato definito, c’è la performance trasformista di Rose Byrne. Nota al grande pubblico per ruoli comici in film come “Le amiche della sposa” o “Spy”, l’attrice australiana offre qui una prova di straordinaria profondità, navigando con coraggio in un mare di emozioni contrastanti, dalla disperazione più cupa all’ironia più sferzante. La sua capacità di evitare che il personaggio diventi “monocorde” o “isterico” è la chiave del successo del film, un’interpretazione che le è già valsa un Golden Globe, un Orso d’Argento a Berlino per la miglior interpretazione, e la prestigiosa candidatura agli Academy Awards, oltre a quelle ai SAG Awards, ai Bafta e ai Critics Choice Awards.
In conclusione, “Se solo potessi ti prenderei a calci” è un’opera potente e destabilizzante, un pugno nello stomaco che sa anche strappare una risata amara. È un’esperienza cinematografica che non lascia indifferenti, un ritratto coraggioso della fragilità umana e della fatica di esistere, sorretto da una regia consapevole e da un’attrice in stato di grazia. Un film che, nel solco della migliore tradizione A24, non ha paura di essere abrasivo, complesso e, per questo, assolutamente necessario.
