NOVARA – Si è concluso con una condanna a 11 anni di reclusione il processo di primo grado a carico di Edoardo Borghini, il 64enne di Ornavasso che il 19 gennaio 2025 ha ucciso il figlio trentaquattrenne, Nicolò, con due colpi di fucile. La sentenza, emessa dalla Corte d’Assise di Novara, presieduta dal giudice Gianfranco Pezone, ha dimezzato la richiesta della Procura di Verbania, che aveva chiesto 22 anni di carcere. Ai giudici togati e popolari è stata riconosciuta la sussistenza delle attenuanti generiche, prevalenti sull’aggravante del vincolo di parentela, e, in particolare, dell’attenuante della provocazione.

Una tragica domenica sera di violenza

I fatti risalgono a una fredda domenica di gennaio. Nicolò Borghini, 34 anni, rientra nell’abitazione di famiglia in via Conciliazione a Ornavasso, nel Verbano-Cusio-Ossola, in un evidente stato di alterazione. Gli esami tossicologici, eseguiti successivamente sul corpo, riveleranno un tasso alcolemico di circa 2,5 grammi per litro, frutto di un pomeriggio trascorso in diversi bar della zona. A scatenare la sua ira, secondo quanto ricostruito durante le indagini, sarebbe stato un futile motivo: il portone del garage trovato chiuso.

Da quel momento, la situazione è degenerata rapidamente. Nicolò si è scagliato con violenza contro i genitori. In particolare, ha aggredito la madre, afferrandola per il collo, sbattendole la testa contro un muro e arrivando a morderle un braccio. Le lesioni riportate dalla donna, documentate nella scheda di soccorso del 118, includevano anche una ferita alla palpebra, ecchimosi, lividi e abrasioni. Il giovane ha poi tentato di avventarsi anche sul padre, Edoardo.

È in questo clima di terrore che il 64enne ha imbracciato il suo fucile da caccia, un’arma regolarmente detenuta, e ha esploso due colpi a distanza ravvicinata nel corridoio di casa. I proiettili hanno raggiunto Nicolò al cuore e al fegato, causandone la morte quasi istantanea, come confermato dall’autopsia e dalla perizia balistica. Subito dopo il tragico gesto, è stato lo stesso Edoardo Borghini a chiamare i carabinieri, confessando l’accaduto.

Il processo e le testimonianze

Durante il processo, la difesa di Edoardo Borghini, sostenuta dall’avvocato Gabriele Pipicelli, ha sempre puntato sulla tesi della disperazione e della paura. “Era fuori di sé, forsennato. Ho pensato che dovevo fermarlo io“, ha dichiarato l’imputato in aula, spiegando di aver agito per proteggere la moglie e la cognata disabile, anch’essa presente in casa. Il suo legale ha descritto l’imputato non come un assassino, ma come “un uomo che ha vissuto un incubo“, il cui gesto è nato dalla “paura, disperazione, terrore“.

Il quadro di una situazione familiare complessa e tesa è stato confermato da diverse testimonianze. Sono emersi, infatti, precedenti episodi di violenza e pretese di denaro da parte di Nicolò nei confronti dei genitori. Tuttavia, la testimonianza della madre, che ha scelto di non costituirsi parte civile, è apparsa contraddittoria. In aula, la donna ha ridimensionato l’aggressività del figlio, un tentativo, secondo la Procura, di “preservare la memoria e il ricordo del figlio“. Le sue dichiarazioni in fase di indagine, però, raccontavano una realtà diversa.

La Procura, rappresentata dalla pm Laura Carrera, pur non negando il contesto difficile, ha sostenuto che non sussistessero i presupposti per la legittima difesa, in quanto l’imputato avrebbe avuto la possibilità di fuggire. L’accusa ha inoltre evidenziato come la vittima fosse stata colpita alle spalle e non fosse armata. È emerso anche un quadro clinico complesso per Nicolò, che da bambino aveva sofferto di un’encefalite da morbillo e a cui era stata riconosciuta una parziale invalidità civile per disturbi emotivi e comportamentali.

La sentenza e il futuro

La Corte d’Assise di Novara ha infine accolto parzialmente le argomentazioni della difesa, riconoscendo l’attenuante della provocazione. La pena è stata così fissata a 11 anni, una decisione che ha portato a reazioni contrastanti. Edoardo Borghini, che dopo quattro giorni di carcere si trovava ai domiciliari da un parente, resterà in questa condizione in attesa dell’appello. La Corte ha inoltre disposto la confisca dell’arma e la distruzione degli abiti della vittima.

L’avvocato difensore ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello, convinto che “ci siano gli spazi per poter riformare questa sentenza in meglio“. Un elemento che potrebbe giocare un ruolo importante nel prossimo grado di giudizio è l’ammissione di Borghini al percorso di giustizia riparativa, un cammino che potrà essere valorizzato dalla Corte d’Assise d’appello di Torino. Ma al di là delle aule di tribunale, come sottolineato dal suo legale, per Edoardo Borghini la vera condanna è un’altra, incancellabile: “La condanna non è il carcere, è aver ucciso il proprio figlio“.

Di veritas

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