Roma – Il lavoro di cura in Italia non è più un affare privato, confinato tra le mura domestiche, ma una vera e propria “questione economica strutturale” che pesa in modo determinante sui bilanci e sulle scelte di vita di milioni di famiglie. A lanciare l’allarme è un recente sondaggio promosso da Nuova Collaborazione, l’associazione nazionale dei datori di lavoro domestico, che ha messo in luce una realtà preoccupante: per una famiglia su tre, le spese per l’assistenza erodono una fetta enorme del reddito, con conseguenze dirette e pesanti soprattutto sull’occupazione femminile.
Un salasso per i bilanci familiari: i costi della non autosufficienza
Il quadro che emerge dall’indagine è netto. La principale pressione economica sulle famiglie italiane deriva dalla necessità di assistere persone non autosufficienti. In particolare, il bisogno che incide maggiormente sull’equilibrio economico è l’assistenza a una persona con disabilità (40%), seguito dall’assistenza continuativa a un anziano (33,8%). La cura dei figli, per conciliare i tempi di vita e lavoro, si attesta al 16,9%. Questi dati riflettono le tendenze demografiche di un Paese che invecchia rapidamente, dove circa 4 milioni di anziani non sono autosufficienti e necessitano di assistenza continua.
Il dato più allarmante è senza dubbio quello relativo all’impatto economico diretto: per il 33,8% delle famiglie, la spesa per la cura supera il 30% del reddito mensile. Se a questa percentuale si somma un ulteriore 13,8% di nuclei familiari che destina all’assistenza una quota compresa tra il 20% e il 30% delle proprie entrate, si comprende come quasi la metà dei datori di lavoro domestico sia costretta a investire una porzione massiccia delle proprie risorse per garantire il supporto necessario. Esiste inoltre una vasta “zona grigia”, composta da un 35,4% di intervistati che fatica a quantificare con precisione il peso di queste uscite, a riprova di una pressione economica costante e difficilmente misurabile.
Il prezzo pagato dalle donne: lavoro e carriera sacrificati
Le conseguenze di questo “welfare fai-da-te” non sono solo economiche, ma profondamente sociali e di genere. Il sondaggio di Nuova Collaborazione evidenzia un impatto diretto e sproporzionato sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In assenza di un adeguato supporto esterno, nel 53,8% dei casi è una donna a ridurre o abbandonare la propria attività lavorativa per farsi carico dell’assistenza. Un dato che si confronta con un esiguo 6,2% di uomini che compie la stessa scelta e un altro 6,2% in cui la riduzione dell’orario ha coinvolto entrambi i partner. Soltanto il 10,8% degli intervistati dichiara di non aver dovuto rinunciare al lavoro grazie a un aiuto esterno.
Questa dinamica conferma come il carico di cura si traduca in una penalizzazione occupazionale quasi esclusivamente femminile, con effetti a catena su reddito, progressione di carriera e, non da ultimo, sulla contribuzione previdenziale futura. Si tratta di un “lavoro invisibile” che, secondo stime ISTAT, vede le donne dedicare in media più del doppio del tempo rispetto agli uomini alle attività di cura non retribuite. Questo squilibrio non solo limita l’indipendenza economica femminile, ma rappresenta anche un freno per l’intera economia nazionale, che perde il contributo di una vasta parte della sua forza lavoro potenziale.
Un sistema di welfare da ripensare
I risultati del sondaggio sollevano interrogativi urgenti sulla sostenibilità dell’attuale modello di welfare italiano, ancora troppo incentrato sulla capacità delle singole famiglie di far fronte a bisogni strutturali. La non autosufficienza, legata all’invecchiamento della popolazione e alla disabilità, non può più essere considerata un’emergenza da gestire caso per caso. Come sottolinea Alfredo Savia, presidente di Nuova Collaborazione, quando una spesa essenziale come quella per la cura assorbe una porzione così ampia del reddito familiare, diventa una priorità politica che richiede risposte strutturali.
Le famiglie, spesso lasciate sole, si trovano di fronte a scelte difficili e costose:
- Residenze sanitarie assistenziali (RSA): con rette che possono raggiungere e superare i 3.000 euro al mese.
- Assistenza domiciliare: il costo per una badante assunta regolarmente può aggirarsi intorno ai 18.000 euro annui.
- Cura diretta da parte dei familiari: una soluzione che, come visto, comporta enormi sacrifici, soprattutto per le donne.
È evidente la necessità di un intervento pubblico più incisivo, che potenzi i servizi di assistenza domiciliare, sostenga economicamente le famiglie e promuova politiche di conciliazione vita-lavoro efficaci. Senza un cambiamento di paradigma, che riconosca il lavoro di cura come un investimento sociale e non come un costo privato, il rischio è di aggravare le disuguaglianze economiche e di genere, lasciando indietro i più fragili e compromettendo il benessere dell’intera collettività.
