Una spirale di violenza che rischiava di culminare in una tragedia di proporzioni immani. La Corte d’Assise di Catania ha messo un punto fermo, almeno in primo grado, su una vicenda di vendetta privata che ha tenuto con il fiato sospeso la comunità di Palagonia. Tre persone sono state condannate per il reato di strage a pene severe, che vanno dai dieci ai sedici anni e sei mesi di reclusione, per aver posizionato un’autobomba davanti all’abitazione dei familiari di David Vince, a sua volta condannato per l’omicidio di Francesco Ferraro avvenuto nel 2019.
La sete di vendetta all’origine del piano criminale
Secondo la ricostruzione dell’accusa, pienamente accolta dai giudici, la condanna a 16 anni e sei mesi inflitta a David Vince non era bastata a placare il desiderio di vendetta di Kevin Ferraro, fratello della vittima. Accecato dal dolore e dalla rabbia, Ferraro avrebbe deciso di farsi “giustizia” da solo, architettando un piano di morte insieme a due complici, Federico Sipala e Giuseppe Emanuele Di Bennardo. L’obiettivo era chiaro e terribile: colpire la famiglia dell’assassino di suo fratello, seminando terrore e distruzione nel cuore del centro storico di Palagonia.
Il piano, definito “diabolico” dagli inquirenti, prevedeva l’utilizzo di un’automobile rubata, una Renault sottratta a Pozzallo, trasformata in un ordigno letale. All’interno del veicolo, i tre avevano sistemato due bombole di gas GPL con le valvole aperte e una bottiglia di benzina, pronta a fungere da accelerante per innescare una devastante esplosione. L’auto è stata poi parcheggiata strategicamente davanti alla casa dei familiari di Vinci, in attesa di essere fatta detonare.
L’intervento provvidenziale che ha evitato la strage
La tragedia è stata evitata solo grazie al tempestivo e coraggioso intervento delle forze dell’ordine. Una volta lanciato l’allarme, sul posto sono intervenuti immediatamente i Carabinieri della compagnia di Palagonia e i Vigili del Fuoco, che hanno compreso la gravità della situazione. L’area è stata prontamente isolata con un cordone di sicurezza per un raggio di 150 metri, e si è proceduto all’evacuazione della zona per proteggere l’incolumità pubblica. Fondamentale è stato l’arrivo del nucleo artificieri antisabotaggio, che ha lavorato per ore per mettere in sicurezza l’ordigno e disinnescare la minaccia, scongiurando così una strage che avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche.
Le indagini, condotte con rapidità e meticolosità dai Carabinieri, hanno permesso di identificare i responsabili in poche ore. Un ruolo cruciale è stato svolto dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, che hanno immortalato le fasi dell’attentato. Un errore fatale per i tre è stato quello di tornare sulla scena del crimine: la targa dell’Alfa Romeo di uno dei complici, Sipala, ha fornito agli investigatori l’indizio decisivo per chiudere il cerchio.
Le condanne e l’aspetto giuridico del reato di strage
La Corte d’Assise di Catania, presieduta dalla Procura di Caltagirone, ha condannato Kevin Ferraro a sedici anni e sei mesi, Federico Sipala a dieci anni e Giuseppe Emanuele Di Bennardo a dieci anni e due mesi. La qualificazione giuridica del reato è stata quella di strage, come previsto dall’articolo 422 del codice penale. È importante sottolineare che il codice penale italiano non contempla la fattispecie del “tentativo di strage”. Il reato si configura già nel momento in cui vengono compiuti atti idonei a mettere in pericolo la pubblica incolumità, a prescindere dal fatto che l’evento dannoso si verifichi o meno. In questo caso, la pericolosità dell’ordigno e la sua collocazione in un centro abitato sono stati elementi sufficienti per contestare e condannare per il reato di strage.
I legali dei tre imputati, gli avvocati Massimo Favara, Nicolò Giglio e Pietro Marino, hanno già annunciato che attenderanno il deposito delle motivazioni della sentenza, previsto entro 90 giorni, per presentare appello. La vicenda processuale, dunque, non è ancora definitivamente conclusa.
