L’Italia è al centro di un dibattito politico e istituzionale di rara intensità, con l’avvicinarsi del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo 2026. La consultazione, che non richiede quorum per essere valida, chiama i cittadini a esprimersi su modifiche sostanziali all’architettura del sistema giudiziario, in particolare sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. La campagna referendaria ha assunto i toni di uno scontro totale, vedendo contrapposti il governo di centrodestra, promotore del “Sì”, e un composito fronte del “No” che unisce le principali forze di opposizione e una parte significativa della magistratura.
Le ragioni del “Sì”: l’appello della premier Meloni
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è scesa in campo in prima persona, lanciando un appello diretto ai cittadini attraverso un’intervista al Tg5. La premier ha sottolineato come il tema della giustizia incida sulla vita quotidiana di ogni italiano. “I giudici decidono su moltissime cose: immigrazione, sicurezza, lavoro, salute, libertà dei cittadini”, ha affermato, definendo la giustizia “uno dei tre poteri fondamentali per governare lo Stato”. Secondo Meloni, un sistema giudiziario che non funziona ha ricadute dirette sulla popolazione.
Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra chi accusa (il pubblico ministero) e chi giudica (il giudice). Attualmente, in Italia, entrambi appartengono allo stesso ordine professionale e possono, con alcuni limiti, passare da una funzione all’altra. I sostenitori del “Sì” argomentano che questa separazione è essenziale per garantire la piena terzietà e imparzialità del giudice, che non deve appartenere allo stesso “corpo” dell’accusa. Meloni ha respinto con forza le accuse di voler sottomettere la giustizia alla politica, sostenendo al contrario che “separare le carriere vuol dire rafforzare lo stato di diritto” e allineare l’Italia agli standard prevalenti in Europa.
La mobilitazione per il “Sì” ha visto un ruolo di primo piano di Forza Italia, che ha organizzato una maratona oratoria in Piazza Cavour a Roma, luogo simbolo di fronte alla Corte di Cassazione. In questo contesto, è emersa la testimonianza di forte impatto emotivo di Francesca Scopelliti, storica compagna di Enzo Tortora, vittima di un clamoroso errore giudiziario che da decenni alimenta il dibattito sulla giustizia in Italia. “Il mio nome oggi è Enzo Tortora”, ha dichiarato, evocando una delle pagine più buie della giustizia italiana come monito per un cambiamento. Anche esponenti della sinistra, come Stefano Ceccanti del comitato ‘Sinistra per il sì’, si sono schierati a favore della riforma, con una nota polemica verso la linea del Partito Democratico.
Il fronte del “No”: la difesa della Costituzione
Sul versante opposto, le opposizioni hanno eretto un muro contro la riforma. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha inquadrato la battaglia come una “difesa della Costituzione”, sostenendo che la riforma “indebolisce l’indipendenza dei magistrati”. Le fa eco il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, secondo cui il vero obiettivo del governo è quello di “evitare inchieste sgradite sui politici” e di allontanare i pubblici ministeri che indagano sul potere.
Il costituzionalista Enrico Grosso, presidente del Comitato ‘Giusto dire No’, ha definito la riforma “punitiva” nei confronti della magistratura. La tensione è salita anche a seguito della richiesta del Ministero della Giustizia di pubblicare l’elenco dei finanziatori del comitato, richiesta a cui Grosso ha opposto un netto rifiuto. Nel frattempo, Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) ha chiesto un incontro all’Agcom per vigilare sulle “fake news diffuse dalla campagna per il sì”.
I critici della riforma temono che la separazione delle carriere, con la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura (uno per i giudici e uno per i PM), possa portare il pubblico ministero sotto una maggiore influenza del potere esecutivo, minando il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Un clima di scontro e polemiche
La campagna referendaria è caratterizzata da un’alta tensione, alimentata anche da recenti dichiarazioni di magistrati di primo piano. Le parole del magistrato Nino Di Matteo, che ha parlato di una campagna per il “Sì” fondata sulla delegittimazione della magistratura, sono state definite “imbarazzanti” dal vicepremier Matteo Salvini, evidenziando un clima di scontro che travalica il merito tecnico della riforma per diventare un duello politico a tutto campo.
La premier Meloni ha accusato i sostenitori del “No” di “aver bisogno di mentire per essere convincenti”, mentre dal fronte opposto si denuncia il rischio di una deriva illiberale. La stessa segretaria Schlein ha precisato che, in caso di vittoria del “Sì”, non chiederà le dimissioni del governo, cercando di separare l’esito referendario dalle sorti dell’esecutivo, ma è innegabile che il voto del 22 e 23 marzo assumerà anche un forte valore politico. Mentre i comitati si mobilitano su tutto il territorio nazionale, l’Italia si prepara a una scelta che potrebbe ridisegnare per decenni l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
