Milano torna al centro della cronaca giudiziaria legata al mondo della gig economy. Con un provvedimento d’urgenza, il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy Srl, la filiale italiana del colosso britannico del food delivery. L’ipotesi di reato è pesante: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, una fattispecie nota come caporalato. La società stessa e il suo amministratore unico, Andrea Giuseppe Zocchi, sono stati iscritti nel registro degli indagati.

Questa azione giudiziaria rappresenta un nuovo, significativo passo nell’inchiesta che la Procura milanese sta conducendo sulle condizioni di lavoro dei rider, figure ormai emblematiche del precariato nell’economia delle piattaforme. Il provvedimento segue di poche settimane quello analogo che ha colpito Foodinho, la società del gruppo spagnolo Glovo, segnalando un’azione sistematica da parte della magistratura per far luce su un settore in rapida espansione ma dalle fondamenta normative ancora incerte.

Le accuse: paghe da fame e sfruttamento sistematico

Al centro dell’indagine, coordinata dal pm Storari e condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, vi è un modello di business che, secondo l’accusa, si fonda sullo sfruttamento sistematico di migliaia di lavoratori. Si parla di circa 3.000 rider attivi a Milano e fino a 20.000 sull’intero territorio nazionale, costretti ad operare in condizioni di presunta illegalità.

Le contestazioni sono circostanziate e dipingono un quadro allarmante:

  • Paghe incostituzionali: I compensi erogati sarebbero drammaticamente inferiori non solo ai minimi previsti dai contratti collettivi di riferimento (CCNL Logistica), ma anche alla soglia di povertà. In alcuni casi, le retribuzioni sarebbero state inferiori fino al 90% rispetto ai parametri contrattuali, attestandosi intorno ai 4 euro lordi l’ora o per consegna.
  • Violazione dell’articolo 36 della Costituzione: La Procura richiama esplicitamente il principio costituzionale che garantisce al lavoratore il diritto a una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Le paghe corrisposte da Deliveroo, secondo gli inquirenti, violerebbero palesemente tale diritto fondamentale.
  • Stato di bisogno: L’accusa sostiene che la società avrebbe approfittato dello “stato di bisogno” dei lavoratori, molti dei quali sono soggetti vulnerabili, per imporre condizioni di lavoro inique.
  • Finta autonomia: Sebbene formalmente inquadrati come collaboratori autonomi, spesso con Partita IVA, i rider sarebbero di fatto etero-organizzati e soggetti a un controllo stringente da parte della piattaforma digitale. L’algoritmo non si limiterebbe a mettere in contatto domanda e offerta, ma gestirebbe turni, assegnerebbe consegne, monitorerebbe le performance e applicherebbe sanzioni implicite attraverso sistemi di punteggio, configurando una vera e propria subordinazione di fatto.

Il “Caporalato Digitale”: una nuova frontiera dello sfruttamento

L’inchiesta su Deliveroo, così come quella su Glovo, ha portato alla ribalta il concetto di “caporalato digitale”. Tradizionalmente associato al settore agricolo, il caporalato indica un’intermediazione illecita di manodopera caratterizzata dallo sfruttamento. Nell’era digitale, il ruolo del “caporale” viene assunto dalla piattaforma e dal suo algoritmo, che dettano le condizioni di lavoro in modo impersonale ma non per questo meno oppressivo.

I giudici stanno dimostrando come, dietro la retorica dell’innovazione e della flessibilità della gig economy, possano celarsi forme di sfruttamento che ricalcano dinamiche antiche, dove il rischio d’impresa è interamente scaricato sul lavoratore e i diritti fondamentali vengono compressi. Questa situazione, secondo il pm Storari, rappresenta una “condizione di illegalità” che “è necessario far cessare al più presto”.

Il ruolo dell’amministratore giudiziario e le reazioni

Con il decreto di controllo giudiziario, è stata disposta la nomina di un amministratore esterno. Il suo compito sarà quello di affiancare il management di Deliveroo Italy per un periodo definito, vigilare sull’operato dell’azienda e, soprattutto, lavorare per regolarizzare le posizioni dei rider, garantendo il rispetto delle norme sul lavoro e la corresponsione di compensi equi. Si tratta di una misura meno invasiva rispetto all’amministrazione giudiziaria (che esautora la dirigenza), già applicata dalla Procura di Milano in altri settori come la moda.

Deliveroo, da parte sua, ha dichiarato di essere pronta a collaborare con le autorità giudiziarie per chiarire la propria posizione. Intanto, il mondo sindacale e politico ha reagito con forza. Le principali sigle sindacali, come CGIL e CISL, hanno sottolineato come queste inchieste confermino denunce che portano avanti da anni, ribadendo la necessità di rafforzare le tutele per i rider e di applicare contratti nazionali che garantiscano salari dignitosi e diritti certi.

L’onda d’urto dell’inchiesta potrebbe non fermarsi alle sole piattaforme di delivery. La Procura ha infatti notificato richieste di consegna documenti anche a sette importanti catene della ristorazione e della grande distribuzione, tra cui McDonald’s, Burger King ed Esselunga, per verificare i loro modelli organizzativi e la loro capacità di prevenire lo sfruttamento lungo tutta la filiera.

Di veritas

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