PERUGIA – Un monito severo e un richiamo appassionato alla forza della ragione contro la brutalità della violenza. Sono queste le colonne portanti dell’intervento del giudice Rosario Salvatore Aitala, primo vicepresidente della Corte Penale Internazionale (CPI), ospite d’onore alla solenne cerimonia di inaugurazione del 718° anno accademico dell’Università degli Studi di Perugia. Davanti a una platea di autorità accademiche, civili e militari, Aitala ha posto una domanda tanto semplice quanto cruciale: “La Corte penale internazionale è oggi sottoposta a pressione da potenze che vogliono fermarci. Se non ci sarà più, cosa resterà?”.
Un’istituzione sotto attacco
Nel suo discorso, intitolato “La forza e la ragione. Per una politica della pace”, il giudice ha offerto una riflessione profonda sul ruolo del diritto e delle istituzioni internazionali come baluardo contro il ritorno a una “legge primitiva nei rapporti internazionali tra Stati”. Aitala ha denunciato le pressioni che la CPI sta subendo da parte di “potenze che vogliono fermarci”, un riferimento neanche troppo velato alle reazioni seguite a decisioni storiche come il mandato di arresto emesso contro il presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina. Questa pressione si manifesta in varie forme, inclusi procedimenti penali avviati dalla Russia stessa contro i giudici della Corte, tra cui lo stesso Aitala.
Il vicepresidente ha sottolineato come la Corte rappresenti un presidio di civiltà irrinunciabile, impegnato a realizzare i principi di umanità sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dallo Statuto di Roma. “L’alternativa è un mondo ostaggio della forza brutale, dell’ingiustizia, della prepotenza”, ha ammonito, dipingendo un quadro fosco di un possibile futuro senza un’autorità giudiziaria internazionale in grado di perseguire i crimini più gravi che offendono la coscienza dell’umanità.
Il ritorno alla cultura della violenza
Secondo Aitala, il mondo sta vivendo un preoccupante “passaggio indietro di un secolo”, un ritorno a quella cultura della violenza che ha segnato il periodo tra le due guerre mondiali. “In questi giorni vediamo infatti la violenza tornare ad essere da una parte la misura di rapporti interpersonali, anche come inquinante che avvelena la politica, e dall’altra come legge primitiva nei rapporti internazionali tra Stati”, ha dichiarato. La sua analisi distingue nettamente i due concetti chiave del suo intervento:
- La forza: intesa come “prevaricazione, abuso, demolizione, sovversione e anche guerra”.
- La ragione: definita come “dialogo, controllo, ascolto, costruzione e soluzione pacifica delle controversie”.
È proprio nella scelta della ragione sulla forza che risiede, per il giudice, la chiave per una politica di pace autentica e duratura.
Il ruolo delle Università: “Ponti di Pace”
L’intervento di Aitala si è inserito perfettamente nel contesto di una giornata che ha visto l’Università di Perugia, sotto la guida del rettore Massimiliano Marianelli, porsi come promotrice di dialogo e pace. Il giudice ha elogiato l’iniziativa “Università, ponti di Pace”, che ha recentemente portato 22 atenei italiani e stranieri a sottoscrivere la “Carta di Assisi”. Questo documento impegna le università a essere “luoghi di dialogo tra culture, saperi e differenze, scegliendo di operare come ponti e non come muri in un tempo segnato da conflitti e polarizzazioni”.
La Carta, sottoscritta in un luogo simbolico come Assisi, nell’anno dell’ottocentenario francescano, sottolinea la responsabilità etica della conoscenza e il legame tra ricerca e bene comune. “Noi dobbiamo continuare a respirare ragione”, ha affermato Aitala, definendo l’iniziativa del rettore Marianelli “significativa, intelligente e non formale perché oppone la ragione alla forza”.
Una cerimonia solenne per un futuro possibile
L’inaugurazione del 718° anno accademico, la prima per il rettore Marianelli, è stata una cerimonia ricca di significato, aperta da una messa e accompagnata dagli intermezzi musicali del Conservatorio e del Coro dell’Università. Nel suo discorso, il Rettore ha delineato una visione di ateneo come “comunità di persone, radicata nei territori e fondata sulla cura reciproca, orientata al bene comune”. Una visione umanistica e relazionale che si sposa con l’appello del giudice Aitala a non cedere alla logica della prevaricazione.
La giornata ha visto anche gli interventi dei rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, degli studenti e dei dottorandi internazionali, a testimonianza della natura plurale e coesa della comunità accademica perugina. La prolusione è stata affidata alla professoressa Cynthia Aristei, che ha trattato il tema della radioterapia oncologica. L’evento si è concluso con il tradizionale inno “Gaudeamus igitur”, un canto di gioia che in questa occasione è risuonato anche come un inno di speranza per un futuro in cui la ragione possa prevalere sulla forza.
