KIEV – In una giornata carica di simbolismo e dolore, il quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, la politica italiana si trova al centro di una polemica accesa. A innescarla è il leader di Azione, Carlo Calenda, che, recatosi a Kiev con una delegazione del suo partito, ha definito “surreale” l’assenza di rappresentanti del governo Meloni e degli altri principali leader dell’opposizione. “Era un dovere morale che qui ci fossero Giuseppe Conte, Matteo Renzi o Elly Schlein”, ha dichiarato Calenda, sottolineando un vuoto istituzionale e politico in un momento cruciale per il popolo ucraino.

La visita di Calenda, accompagnato tra gli altri da Ettore Rosato e Federica Onori, non è stata solo un gesto di solidarietà. Le sue parole, pronunciate da Piazza Maidan dopo la cerimonia in ricordo dei caduti, hanno avuto l’effetto di un sasso nello stagno, evidenziando le diverse sensibilità e le fratture che attraversano lo scenario politico italiano riguardo al conflitto. “Mi sembra inappropriato che neanche un sottosegretario di governo – il ministero degli Esteri ne ha quattro – sia qui. Gli ucraini combattono anche per noi”, ha rincarato la dose il leader di Azione, paventando un “chiaro segnale” di un diminuito sostegno a Kiev da parte dell’esecutivo negli ultimi mesi.

La posizione del Governo e le reazioni politiche

Le accuse di Calenda non sono rimaste inascoltate. Da Roma, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, ha confermato la continuazione del sostegno italiano all’Ucraina, annunciando che “per l’intero anno continueranno gli aiuti in tutti i sensi, anche militari” e che nel corso del 2026 ci saranno “altri pacchetti di aiuto”. Palazzo Chigi, in una nota ufficiale, ha ribadito il “costante e convinto sostegno” dell’Italia all’Ucraina, sottolineando la partecipazione della premier Giorgia Meloni in video-collegamento alla riunione dei leader della “coalizione dei volenterosi” e l’impegno per una “pace giusta e duratura”.

Tuttavia, la polemica sull’assenza fisica di esponenti di spicco a Kiev rimane. Mentre il Colosseo a Roma si illuminava con i colori della bandiera ucraina in segno di solidarietà, la presenza solitaria di Calenda (insieme ad altri esponenti di Più Europa e Radicali) ha amplificato la percezione di una politica estera italiana frammentata. Il Partito Democratico, per voce del responsabile Esteri Peppe Provenzano, ha ribadito la sua posizione ferma al fianco del popolo ucraino, specificando che la pace richiesta deve essere “giusta e sicura”, invitando Putin a “smettere di attaccare, non agli ucraini di smettere di difendersi”. Ciononostante, l’assenza della segretaria Schlein a Kiev è stata notata e criticata.

Un sostegno a corrente alternata? Analisi delle divisioni

La questione del supporto all’Ucraina ha diviso la politica italiana sin dall’inizio del conflitto. Se Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e il PD, allora guidato da Enrico Letta, presero subito una posizione netta a favore di Kiev, altri partiti hanno mostrato posizioni più ambigue o apertamente critiche riguardo all’invio di armi. Il Movimento 5 Stelle, con Giuseppe Conte, ha più volte espresso dubbi, spingendo per una soluzione diplomatica e manifestando contrarietà a un’escalation militare. Anche la Lega di Matteo Salvini ha mantenuto una linea ondivaga, spesso dando voce alle preoccupazioni per le ricadute economiche delle sanzioni alla Russia.

Queste divisioni, presenti sia nella maggioranza di governo che nelle opposizioni, riflettono anche un’opinione pubblica complessa. Secondo recenti sondaggi, una maggioranza di italiani (65%) auspica un maggiore impegno diplomatico dell’Europa per favorire un negoziato, e il 53% si dichiara contrario a continuare l’invio di armi. Questo sentimento, unito alla stanchezza per una guerra che si protrae da quattro anni, influenza inevitabilmente le scelte e le dichiarazioni dei leader politici.

La visita di Calenda, quindi, non solo riafferma una chiara linea di sostegno all’Ucraina da parte di Azione, ma funge da catalizzatore per un dibattito più ampio sulla coerenza e l’unità della politica estera italiana. L’assenza a Kiev di figure di primo piano del governo e delle principali forze di opposizione, al di là delle singole giustificazioni, rischia di trasmettere all’esterno un’immagine di un’Italia incerta e divisa su una delle più gravi crisi internazionali del nostro tempo. Un’immagine che stride con le dichiarazioni ufficiali di pieno supporto e che solleva interrogativi sulla reale determinazione del Paese nel sostenere la resistenza ucraina fino in fondo.

Di veritas

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