Una voce che attraversava quattro ottave, capace di essere allo stesso tempo maschile e femminile, potente e fragile, un’anima candida e tormentata che ha lasciato un’impronta indelebile nella musica con un solo, mitologico album in studio, Grace. A quasi trent’anni dalla sua tragica scomparsa, la leggenda di Jeff Buckley torna a risplendere grazie a “It’s Never Over, Jeff Buckley”, un attesissimo documentario evento che promette di svelare l’uomo dietro l’icona.
Diretto dalla regista candidata all’Oscar® Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt, il film sarà proiettato nelle sale cinematografiche italiane come evento speciale solo il 16, 17 e 18 marzo, distribuito da Nexo Studios. Un appuntamento imperdibile per la vasta schiera di appassionati che continuano a custodire il legame con un artista carismatico e suo malgrado profetico.
Un Ritratto Intimo e Inedito
Frutto di anni di ricerche e un lungo lavoro di raccolta di materiali, il documentario di Amy Berg si addentra nella vita di Jeff Buckley con una profondità mai raggiunta prima. Attraverso materiali d’archivio inediti, immagini dei concerti, preziosi file audio e messaggi vocali personali, il film costruisce un ritratto intimo e sincero dell’artista, culminando nel toccante ultimo messaggio lasciato alla madre, Mary Guibert. È proprio lei, custode della sua eredità artistica, una delle voci guida del racconto, parlando per la prima volta in modo così aperto del legame viscerale con il figlio.
Ad arricchire la narrazione contribuiscono le testimonianze di chi ha condiviso con lui pezzi di vita e di carriera: le ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser (nota come Joan as Police Woman), i membri della sua band come Michael Tighe e Parker Kindred, e colleghi musicisti del calibro di Ben Harper e Aimee Mann. Ne emerge la figura di un giovane uomo immerso nel vibrante contesto culturale della New York degli anni Ottanta e Novanta, un talento naturale che fiorì partendo dai piccoli palchi, come quello del leggendario Sin-é.
L’ombra del Padre e la Ricerca della Propria Voce
Un tema centrale del documentario è il complesso e ingombrante rapporto con la figura paterna. Jeff era figlio di Tim Buckley, a sua volta un cantautore di culto, morto a 28 anni per un’overdose di eroina e morfina. Un padre che Jeff conobbe appena ma la cui eredità artistica e la cui tragica fine proiettarono un’ombra costante sulla sua vita. Il film esplora la lotta interiore di Jeff per affrancarsi da questo fantasma, il suo desiderio di essere riconosciuto per il proprio, unico talento, e la paura di perdere la propria libertà artistica di fronte alle pressioni dell’industria discografica.
“La musica era mia madre, era mio padre”, dice Jeff in un passaggio del documentario, sottolineando come l’arte fosse il suo unico, vero rifugio. Una fragilità che oggi, in un’epoca in cui non è più un tabù parlarne, suona di un’attualità disarmante.
La Genesi di un Capolavoro: da “Live at Sin-é” a “Grace”
In concomitanza con l’uscita del film, Sony Music celebra le origini artistiche di Buckley con la pubblicazione di una nuova edizione deluxe di “Live at Sin-é”. Originariamente un EP di quattro tracce del 1993, questo lavoro catturava la magia delle sue prime esibizioni solitarie nel piccolo caffè dell’East Village di Manhattan. La nuova versione, disponibile in cofanetto da 4 LP o 2 CD, si espande a 34 brani, offrendo uno spaccato completo di quei set intimi che lo resero una leggenda locale, ben prima del successo globale. Quelle registrazioni contengono le versioni embrionali di brani che sarebbero confluiti in Grace, come “Mojo Pin” e la celeberrima cover di “Hallelujah” di Leonard Cohen, diventata la sua interpretazione più iconica.
Una Morte Tragica e un’Eredità Immortale
Il 29 maggio 1997, a soli 30 anni, Jeff Buckley annegò nelle acque del Wolf River, un affluente del Mississippi a Memphis. Si era trasferito lì per sfuggire alle pressioni mediatiche e lavorare al suo secondo album, che sarebbe stato pubblicato postumo con il titolo Sketches for My Sweetheart the Drunk. La sua morte, classificata come annegamento accidentale e senza tracce di droghe o alcol nel suo corpo, ha alimentato il mito di un artista troppo sensibile per questo mondo. La leggenda vuole che si sia immerso cantando “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, uno dei suoi gruppi di riferimento.
Nonostante una carriera interrotta così bruscamente, l’influenza di Jeff Buckley sulla musica contemporanea è immensa. Artisti come Radiohead, Coldplay e Muse hanno citato il suo lavoro come fonte di ispirazione. La sua voce, capace di acrobazie emotive e tecniche, e il suo unico album in studio, Grace, rimangono pietre miliari, capolavori considerati tra i migliori di tutti i tempi. “It’s Never Over, Jeff Buckley”, il cui titolo è tratto da un verso di “Lover, You Should’ve Come Over”, non è solo un omaggio, ma un viaggio necessario per comprendere la profondità, la fragilità e la bellezza senza tempo di un’anima che, attraverso la sua musica, non ha mai smesso di parlarci.
