Bruxelles – Una tensione diplomatica di rara intensità si è consumata tra l’Unione Europea e Israele, innescata dalle pesanti accuse del ministro della Giustizia israeliano, Yariv Levin. Quest’ultimo, in una risposta formale all’Alta Corte di Giustizia, ha accusato l’UE di “operare per rovesciare dal potere il governo eletto” e di finanziare manifestazioni di protesta in Israele, anche durante il periodo di guerra. La reazione di Bruxelles non si è fatta attendere, con una smentita netta e la richiesta di un’immediata ritrattazione.

La dura replica della Commissione Europea

A farsi portavoce del disappunto europeo è stato Anouar El Anouni, portavoce della Commissione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. Durante il consueto briefing con la stampa, El Anouni ha definito le affermazioni di Levin “del tutto false, offensive e inaccettabili“. “Voglio essere chiaro”, ha proseguito il portavoce, “l’Unione Europea non ha mai lavorato né lavorerà per rovesciare un governo democraticamente eletto”. La Commissione si aspetta che “questi commenti vengano ritirati immediatamente”, sottolineando la gravità di un’accusa che mina le fondamenta delle relazioni diplomatiche.

Allo stesso tempo, El Anouni ha colto l’occasione per ribadire una posizione cardine della politica estera comunitaria: “Siamo orgogliosi del nostro sostegno alle ONG che lavorano nella regione, per promuovere e sostenere i nostri valori“. Un sostegno, ha implicitamente chiarito, che non va confuso con un tentativo di sovversione politica, ma che si inserisce in un quadro più ampio di promozione dei diritti umani e dei principi democratici, elementi essenziali anche dell’Accordo di Associazione UE-Israele.

Il contesto delle accuse israeliane

Le parole del ministro Levin non nascono dal nulla, ma si inseriscono in un contesto giuridico e politico ben preciso. Le accuse sono state formalizzate in una memoria di quindici pagine presentata all’Alta Corte di Giustizia israeliana. Il documento rappresenta la difesa di Levin in un procedimento avviato dall’Istituto Zulat per l’Uguaglianza e i Diritti Umani, una ONG israeliana. La petizione, presentata a luglio, chiedeva alla Corte di ordinare a Levin di cessare il suo boicottaggio nei confronti del presidente della Corte Suprema, Itzhak Amit, o, in alternativa, di dimettersi.

Nella sua risposta, il ministro non solo ha respinto le richieste, ma ha contrattaccato, sostenendo che l’Istituto Zulat stesso è “finanziato da potenze straniere estremamente ostili a Israele“, tra cui, appunto, l’Unione Europea. Levin ha inoltre accusato l’UE di aver raggiunto “l’apice dell’ostilità” durante la guerra, imponendo un embargo sulle armi contro Israele. La richiesta finale alla Corte è stata quella di addebitare le spese processuali all’Istituto Zulat e, di fatto, “all’Unione Europea”, per quella che ha definito una “palese e illegale ingerenza negli affari politici interni” di Israele.

Relazioni UE-Israele: un rapporto complesso e teso

Questo scontro verbale si colloca in un periodo di relazioni già complesse e a tratti tese tra Bruxelles e Tel Aviv. Le critiche europee riguardo all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, considerati illegali dal diritto internazionale, e la crescente preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza, hanno generato frizioni ricorrenti.

Recentemente, diversi Stati membri dell’UE hanno spinto per una revisione dell’Accordo di Associazione con Israele, proprio in virtù del presunto mancato rispetto dei diritti umani, un elemento chiave dell’intesa. La Commissione Europea ha anche proposto sanzioni mirate contro alcuni ministri estremisti del governo israeliano e coloni violenti, oltre a un congelamento parziale del sostegno bilaterale, escludendo però la società civile.

Il finanziamento europeo alle organizzazioni non governative, sia israeliane che palestinesi, è da tempo un punto di contesa. Israele ha più volte chiesto all’UE di interrompere il sostegno a ONG accusate di promuovere il boicottaggio dello Stato ebraico o di avere legami con il terrorismo. L’Unione Europea, dal canto suo, ha sempre difeso questi finanziamenti come parte integrante dei suoi programmi di cooperazione e promozione dei diritti umani, respingendo le accuse di interferenza politica. La sospensione temporanea e la revisione di alcuni di questi fondi in passato, a seguito di accuse infondate, avevano già sollevato le preoccupazioni di decine di organizzazioni della società civile, che temevano un indebolimento della protezione dei diritti umani nella regione.

L’episodio attuale, quindi, non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ultima, accesa manifestazione di una divergenza di vedute profonda su temi fondamentali come la democrazia, i diritti umani e il ruolo della società civile, in un contesto geopolitico di estrema delicatezza.

Di atlante

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