Berlino – Un fascino immortale, intriso di mistero e sete di sangue, ha ammaliato il pubblico della Berlinale 2026. Stiamo parlando di “The Blood Countess”, il nuovo, attesissimo film della visionaria regista e artista tedesca Ulrike Ottinger, presentato come Gala Speciale fuori concorso. A incarnare la leggendaria e terribile contessa Erzsébet Báthory è un’icona del cinema mondiale, Isabelle Huppert, che regala un’interpretazione magnetica, in bilico costante tra orrore e divertimento, piacere e paura.
L’attrice francese, apparsa in conferenza stampa in un elegante total white spezzato solo da occhiali scuri, ha confessato tutta la sua gioia per questo ruolo inedito: “Che divertimento interpretare una vampira, è stata una vera gioia. È la prima volta per me ed è stata un’avventura straordinaria”, ha dichiarato, sottolineando come l’opportunità di esplorare un personaggio così “inusuale” rappresenti una parentesi preziosa nella sua illustre carriera. “Mi ha permesso di avvicinarmi non solo alla psicologia del personaggio, ma anche di incontrare una storia mitologica, immensa, immaginaria e poetica”.
Una rilettura queer e barocca del mito
Ispirato alla figura storica della nobildonna ungherese del XVI secolo, passata alla storia come una delle più prolifiche serial killer, il film di Ulrike Ottinger si discosta dalla mera ricostruzione biografica per avventurarsi nei territori della fiaba nera, dell’horror gotico e di una pungente black comedy. La sceneggiatura, scritta dalla stessa Ottinger con la collaborazione della premio Nobel per la letteratura Elfriede Jelinek (autrice del romanzo “La pianista”, da cui fu tratto il film che valse a Huppert il premio a Cannes), immagina un risveglio della Contessa nella Vienna contemporanea.
Dopo un sonno durato decenni, Erzsébet (Huppert) riemerge dagli inferi con una missione precisa: ritrovare un antico e pericoloso libro che ha il potere di distruggere tutti i vampiri, condannando la sua stessa specie all’estinzione. Ad accompagnarla in questa “caccia al tesoro barocca” attraverso i magnifici siti storici di Vienna e fino in Boemia, c’è la sua fidata, devota e muscolare ancella Hermine, interpretata da Birgit Minichmayr. Il loro viaggio è complicato da una galleria di personaggi eccentrici e improbabili avversari:
- Il nipote vegetariano e malinconico della contessa, il barone Rudi Bubi, interpretato da Thomas Schubert.
- Il suo psicoterapeuta, Theobald Tandem, che ha il volto di Lars Eidinger.
- Una coppia di agguerriti vampirologi e un ispettore di polizia, determinati a svelare i segreti del mondo dei vampiri.
Questa rilettura del mito, come evidenziato dalla stessa Berlinale, assume connotazioni decisamente queer, esplorando le inclinazioni della contessa e il rapporto con la sua ancella, in una chiave stilistica sontuosa e ricca di umorismo macabro.
L’universo visivo di Ulrike Ottinger e un cameo d’eccezione
Il film è un perfetto esempio dello stile di Ulrike Ottinger, una delle figure più importanti del Nuovo Cinema Tedesco, nota per la sua estetica fiammeggiante, la creazione di stravaganti tableaux vivants e la capacità di re-immaginare archetipi culturali attraverso una lente provocatoriamente queer. “Penso sia un dono incontrare qualcuno come lei, capace com’è di portare sullo schermo il senso della poesia. Ed è molto difficile essere poetici senza essere noiosi”, ha affermato la Huppert, elogiando la “strana immaginazione” della regista.
La stessa Ottinger, che in passato ha già affrontato figure mitologiche come Madame X e Dorian Gray, ha definito la Huppert “un’icona perfetta per incarnare una figura mitologica e manipolatrice come la contessa”. Ha poi aggiunto una riflessione più profonda sul significato del vampiro oggi: “Il vampiro non è solo un vecchio mito, ma purtroppo anche l’allegoria di quelle persone e istituzioni che succhiano sangue”.
A impreziosire ulteriormente la pellicola, un suggestivo cameo di Tom Neuwirth, meglio conosciuto come Conchita Wurst, vincitrice dell’Eurovision Song Contest 2014. La sua interpretazione del brano “Rise Like a Phoenix” aggiunge un ulteriore livello di lettura simbolica all’opera, legandosi ai temi di rinascita e trasformazione.
La vera Contessa Sanguinaria: tra storia e leggenda
La figura storica di Erzsébet Báthory (1560-1614) è una delle più controverse e affascinanti del folklore europeo. Appartenente a una delle più potenti famiglie aristocratiche ungheresi, fu accusata di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne, con l’obiettivo di bagnarsi nel loro sangue per preservare la propria giovinezza. Le testimonianze dell’epoca parlano di atrocità inenarrabili, anche se alcuni storici moderni ritengono che le accuse possano essere state esagerate o addirittura costruite ad arte per motivi politici ed economici, al fine di espropriare la contessa, donna potente e ricca, dei suoi immensi possedimenti. Indipendentemente dalla verità storica, il suo mito ha continuato a nutrire l’immaginario collettivo, trasformandola nella “Contessa Dracula” e in un archetipo del sadismo e della vanità.
“The Blood Countess” si inserisce in questa tradizione, ma la rinnova con intelligenza e stile, trasformando la ricerca del sangue in una metafora della ricerca del senso della vita, in un mondo, come dice la Huppert, “costantemente in bilico tra orrore e divertimento”.
