LODI – Una “catena di errori”. Così il Tribunale di Lodi, nelle motivazioni della sentenza di primo grado depositate di recente, definisce la sequenza di eventi che ha portato al tragico deragliamento del treno Frecciarossa 9595 Milano-Salerno. L’incidente, avvenuto alle 5:30 del mattino del 6 febbraio 2020 in località Livraga, nel Lodigiano, costò la vita ai due macchinisti, Mario Dicuonzo, 59 anni, e Giuseppe Cicciù, 52 anni, e provocò il ferimento di 26 persone tra passeggeri e personale di bordo, di cui una decina in modo grave.
Il collegio, presieduto dal giudice Angelo Gin Tibaldi, ha messo in luce come il disastro sia stato “la conseguenza del concatenarsi di diverse condotte antigiuridiche, tra loro indipendenti e parimenti rilevanti nella produzione dell’evento, sebbene nessuna di esse sia stata da sola sufficiente a determinare i fatti”. Una ricostruzione che non lascia spazio alla fatalità, ma che individua precise responsabilità umane e procedurali.
L’errore umano all’origine della catastrofe
Il primo anello di questa tragica catena si forgia lontano dai binari dell’alta velocità, nello stabilimento Alstom di Firenze. Qui, secondo i giudici, un operaio, durante l’assemblaggio di un attuatore per scambi, avrebbe invertito erroneamente due fili, il 16 e il 18. Un errore apparentemente minimo, ma con conseguenze devastanti: l’attuatore, componente cruciale per il corretto funzionamento degli scambi, una volta installato sulla linea avrebbe comunicato al sistema una posizione dello scambio non corrispondente a quella reale. Per questa negligenza, l’operaio è stato condannato a 2 anni e 8 mesi.
Il secondo anello è rappresentato da un controllo mancato. Un collaudatore dello stesso stabilimento Alstom non si accorse dell’inversione dei cavi, nonostante questi fossero numerati e il controllo visivo fosse previsto dalle procedure. Una disattenzione che ha permesso al componente difettoso di superare i test e di essere immesso nel circuito come “certificato e garantito”. Al collaudatore è stata inflitta una pena di 2 anni e 10 mesi.
Le falle nel sistema di sicurezza
Il terzo e ultimo anello della catena riguarda le procedure di sicurezza di Rete Ferroviaria Italiana (RFI). La sentenza ha individuato una responsabilità nell’allora direttore della produzione nazionale di RFI, condannato a 3 anni e 2 mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sua colpa, secondo il tribunale, sarebbe stata quella di non aver aggiornato le procedure di verifica, non prevedendo un controllo di “concordanza finale” tra la posizione fisica dello scambio e il segnale elettronico inviato alla centrale. Una lacuna normativa che ha impedito di intercettare l’anomalia prima che fosse troppo tardi.
È importante sottolineare che, in un procedimento separato con rito abbreviato, erano già stati condannati due manutentori di RFI che installarono materialmente l’attuatore difettoso. La loro pena in appello è stata ridotta a 1 anno e 8 mesi. Tuttavia, la sentenza del processo ordinario ha evidenziato come l’errore umano fosse “prevedibile e previsto nelle procedure”, allargando il campo delle responsabilità.
Le conseguenze del disastro e il percorso giudiziario
Quella mattina di febbraio, il Frecciarossa 9595, con a bordo 33 persone, viaggiava a quasi 300 km/h quando, in corrispondenza del deviatoio numero 5, imboccò erroneamente uno scambio che lo diresse verso un binario di ricovero. La motrice si staccò dal convoglio, finendo la sua corsa contro una palazzina di servizio, mentre il resto delle carrozze deragliava nei campi adiacenti. La tragedia scosse profondamente l’opinione pubblica e accese i riflettori sulla sicurezza del sistema ferroviario ad alta velocità.
Il processo ha visto l’assoluzione per insufficienza di prove di due ingegneri di Alstom, mentre le società RFI e Alstom erano già uscite dal procedimento. L’unica parte civile costituitasi è stata il sindacato Filt Cgil Lombardia, a cui è stata riconosciuta una provvisionale di 50mila euro. La maggior parte dei danneggiati, infatti, aveva già raggiunto accordi per i risarcimenti.
Le motivazioni della sentenza, ora depositate, chiudono un importante capitolo di questa dolorosa vicenda, restituendo un quadro complesso in cui l’errore del singolo si è inserito in un sistema con falle procedurali, portando a conseguenze irreparabili. Una lezione severa sull’importanza del rigore e della meticolosità in ogni fase della catena produttiva e di controllo, soprattutto quando in gioco ci sono vite umane.
