ROMA – Si riapre uno spiraglio di luce nella lunga e tormentata ricerca di verità per Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo, con il corpo martoriato da inequivocabili segni di tortura. La Prima Sezione della Corte di Assise di Roma si appresta a riprendere il processo a carico dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati del suo sequestro, delle sue sofferenze e della sua morte. La svolta è arrivata con una decisiva sentenza della Corte Costituzionale che ha sciolto un nodo procedurale cruciale, legato al diritto di difesa degli imputati, giudicati “in assenza” a causa della sistematica e ostinata mancanza di cooperazione da parte delle autorità egiziane.
La decisione della Consulta sul diritto di difesa
Il processo si era arenato lo scorso 23 ottobre, quando la Corte d’Assise aveva sollevato una questione di legittimità costituzionale. Il cuore del problema risiedeva nell’impossibilità per i difensori d’ufficio dei quattro imputati – il generale Tariq Sabir e gli ufficiali Uhsam Helmi, Athar Kamel e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – di nominare un consulente tecnico di parte senza farsene carico personalmente. Nello specifico, la difesa aveva la necessità di una consulenza per la traduzione dall’arabo di alcune testimonianze chiave, quelle del sindacalista degli ambulanti Mohammed Abdullah Saeed, rese nell’aprile e maggio del 2016 alle autorità egiziane, le cui prime traduzioni presentavano delle contraddizioni.
La Consulta, con la sentenza numero 12 depositata nei giorni scorsi, ha accolto il ricorso dei giudici romani, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 225, comma 2, del codice di procedura penale. I giudici delle leggi hanno stabilito che, nell’ipotesi eccezionale di un processo celebrato in assenza a causa della mancata cooperazione dello Stato di appartenenza degli imputati, le spese per il consulente tecnico della difesa devono essere anticipate dall’erario. Questa decisione, hanno spiegato, è necessaria per garantire l’effettività del diritto di difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione.
La Corte ha operato una distinzione fondamentale: un conto è il “normale” processo in assenza, dove l’imputato sceglie di non partecipare, rinunciando così ai suoi diritti partecipativi. Tutt’altra cosa è il caso Regeni, dove l’assenza è una conseguenza diretta dell’impossibilità di notificare gli atti a causa del muro eretto dall’Egitto. In questa circostanza, ha argomentato la Consulta, “mancando una rinuncia degli accusati a esercitare i diritti partecipativi nel processo a loro carico, il principio di effettività della difesa rende necessario compensare la restrizione di tutela“. Lo Stato, quindi, anticiperà le spese, salvo poi potersi rivalere sugli imputati qualora dovessero diventare reperibili.
Le prossime tappe del processo
Con questo ostacolo rimosso, il cammino processuale può riprendere. Entro i prossimi dieci giorni, la Corte Costituzionale restituirà gli atti alla Corte d’Assise di Roma. I giudici fisseranno quindi una nuova udienza, prevista già per il mese di febbraio. In quella sede, verrà formalmente affidato l’incarico per la consulenza tecnica sulla traduzione dei documenti in arabo.
Un passaggio fondamentale sarà poi la requisitoria del Procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, il magistrato che con tenacia ha condotto le indagini in questi anni. Il suo intervento è atteso per la primavera, probabilmente nel mese di aprile. Sarà quello il momento in cui l’accusa tirerà le somme del complesso lavoro investigativo, chiedendo la condanna per i quattro 007 egiziani, accusati a vario titolo di sequestro di persona pluriaggravato, lesioni personali e omicidio pluriaggravato.
Un percorso a ostacoli verso la giustizia
Il processo per la morte di Giulio Regeni rappresenta un caso unico e drammatico nel panorama giudiziario italiano e internazionale. Fin dall’inizio, le indagini della Procura di Roma si sono scontrate con un muro di silenzi, depistaggi e totale assenza di collaborazione da parte delle autorità egiziane, nonostante le ripetute richieste di assistenza giudiziaria. Questa ostruzione ha reso impossibile notificare agli imputati gli atti del processo, portando a una prima sospensione del dibattimento.
Fu un’altra sentenza della Corte Costituzionale, la numero 192 del 2023, a permettere di superare l’impasse, introducendo la possibilità di procedere in assenza per reati di tortura anche quando la mancata conoscenza del processo da parte dell’imputato è causata dal rifiuto di cooperazione del suo Stato di appartenenza. Una decisione storica che ha consentito di dare il via al dibattimento, ora nuovamente sbloccato dopo la parentesi legata ai costi della consulenza tecnica. Il percorso verso una sentenza di primo grado rimane complesso, ma la tenacia della famiglia Regeni, dei loro legali e della magistratura italiana ha permesso di mantenere accesa la fiamma della giustizia, nonostante le pressioni e le difficoltà diplomatiche.
