Caracas – Il Venezuela torna al centro del dibattito internazionale sui diritti umani in seguito a un aspro scontro di cifre e narrative tra il governo di Nicolás Maduro e le organizzazioni non governative che monitorano la situazione dei detenuti nel paese. Da un lato, il governo annuncia un massiccio piano di scarcerazioni; dall’altro, le ONG denunciano la persistenza di una sistematica repressione del dissenso, portando come prova casi umani che scuotono le coscienze.

La versione del Governo: “Non esistono prigionieri politici”

A parlare per l’esecutivo è una delle sue figure più influenti e controverse, Diosdado Cabello, Ministro degli Interni e della Giustizia. Intervenendo alla televisione di Stato, Cabello ha dichiarato che ben 808 persone sono state scarcerate in un periodo che risale “da prima di dicembre”. Questa mossa, presentata come parte di una revisione generale delle posizioni dei detenuti, è stata accompagnata da una ferma e categorica negazione: “In Venezuela non esistono prigionieri politici”. Il ministro ha poi criticato aspramente le ONG nazionali e internazionali, accusandole di diffondere dati falsi per screditare il governo e alimentare una campagna mediatica ostile.

Questa posizione si inserisce in una strategia comunicativa consolidata del governo chavista, che tende a qualificare gli oppositori incarcerati come “terroristi”, “cospiratori” o “criminali comuni”, negando qualsiasi matrice politica dietro le loro detenzioni. L’annuncio delle scarcerazioni, secondo questa narrativa, sarebbe un gesto di magnanimità e un passo verso la pacificazione nazionale, sebbene slegato da qualsiasi ammissione di colpa riguardo a violazioni dei diritti civili.

La denuncia di Foro Penal: una realtà documentata

Di tutt’altro avviso è l’organizzazione non governativa Foro Penal, uno dei più autorevoli e meticolosi osservatori della situazione carceraria in Venezuela. Secondo i dati raccolti e verificati dall’ONG, il numero di persone riconosciute come “prigionieri politici” e rilasciate è significativamente inferiore. L’avvocato Alfredo Romero, direttore di Foro Penal, ha confermato la scarcerazione di 266 persone a partire dall’8 gennaio. Questa data segna l’avvio di un piano di liberazioni che era stato annunciato pubblicamente dal Presidente del Parlamento, Jorge Rodríguez, fratello della Presidente ad interim Delcy Rodríguez.

La discrepanza tra le cifre è abissale e, secondo gli analisti, potrebbe essere spiegata dal tentativo del governo di includere nel conteggio anche detenuti comuni per inflazionare il numero e diluire la questione prettamente politica. Foro Penal, al contrario, applica criteri rigorosi per la classificazione di un “prigioniero politico”, basandosi sulle circostanze dell’arresto, sulla natura delle accuse e sulla mancanza di un giusto processo.

Il caso emblematico di Gabriel Rodríguez: il volto della repressione

A rendere tangibile la denuncia delle ONG e a smentire nei fatti la narrazione governativa è il caso di Gabriel Rodríguez, un ragazzo di appena 17 anni, tra le persone rilasciate lunedì 26 gennaio. La sua storia è un pugno nello stomaco: arrestato il 9 gennaio 2025, quando era ancora sedicenne, Gabriel è stato condannato a una pena spropositata di dieci anni di carcere per “terrorismo”. La prova a suo carico? Il ritrovamento, sul suo telefono cellulare, di immagini e contenuti considerati critici nei confronti del governo.

Il suo caso, seguito da vicino da Foro Penal, è diventato un simbolo della criminalizzazione del dissenso giovanile in Venezuela. La sua detenzione arbitraria e la successiva, durissima condanna rappresentano, secondo le organizzazioni per i diritti umani, la prova lampante di come il sistema giudiziario venezuelano venga utilizzato come strumento di repressione politica, in palese violazione degli standard internazionali. La sua liberazione, pur essendo una notizia positiva per lui e la sua famiglia, non cancella l’ingiustizia subita e illumina la drammatica realtà di molti altri giovani ancora detenuti in condizioni simili.

Un contesto di negoziati e pressioni internazionali

Queste scarcerazioni non avvengono nel vuoto, ma si inseriscono in un complesso puzzle di pressioni interne e internazionali. Sono infatti viste come una conseguenza, seppur parziale e travagliata, degli Accordi di Barbados, siglati nell’ottobre 2023 tra il governo di Maduro e la Piattaforma Unitaria dell’opposizione. Tali accordi, mediati dalla Norvegia, prevedevano una serie di garanzie per le elezioni presidenziali e, implicitamente, la liberazione dei prigionieri politici come misura per allentare la tensione.

La comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, ha legato l’allentamento delle sanzioni economiche contro il Venezuela a progressi concreti su questo fronte. Le liberazioni, quindi, possono essere interpretate anche come un tentativo del governo Maduro di mostrare un’apparente buona volontà per ottenere benefici economici, pur senza cedere sul controllo politico interno. Tuttavia, il fenomeno della cosiddetta “porta girevole” – per cui a ogni prigioniero rilasciato ne corrisponde spesso uno nuovo arrestato – rimane una delle principali preoccupazioni degli osservatori, che temono si tratti più di una strategia di gestione del “capitale umano” dei prigionieri che di un reale cambiamento di rotta.

Di atlante

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