Un’atmosfera intrisa di nostalgia e di attesa per il futuro pervade l’edizione 2026 del Sundance Film Festival, che si svolge dal 22 gennaio al 1° febbraio. Si tratta dell’ultimo, malinconico “valzer” nella sua storica culla, Park City, nello Utah, prima del programmato trasloco a Boulder, in Colorado, a partire dal 2027. Un cambiamento epocale per la più importante rassegna di cinema indipendente d’America, un’istituzione nata quasi mezzo secolo fa dalla visione di un’icona: Robert Redford.
Quest’anno, più che mai, il suo spirito aleggia tra le montagne innevate. Scomparso lo scorso settembre all’età di 89 anni, il fantasma del grande attore e regista, premio Oscar per Gente Comune, è il convitato di pietra di un’edizione che lo celebra come padre fondatore e nume tutelare. Fu lui che nel 1985 trasformò il preesistente US Film Festival nel Sundance, creando un rifugio e un trampolino di lancio per generazioni di autori “indie”, da Quentin Tarantino con Le Iene (1992) a Ryan Coogler con Prossima fermata Fruitvale Station (2013).
L’addio a Park City: tra difficoltà economiche e nuove opportunità
La decisione di lasciare Park City dopo oltre quarant’anni non è stata indolore. Un senso di inquietudine, espresso chiaramente dal regista Judd Apatow, si è diffuso tra i partecipanti. “Ci dispiace che questo sia l’ultimo, vedremo che cosa il Colorado ha da offrire”, ha dichiarato Apatow alla presentazione del suo nuovo documentario Paralyzed by Hope: The Maria Bamford Story. La rassegna, infatti, naviga in acque finanziarie difficili sin dai tempi della pandemia di Covid. Il Colorado ha messo sul piatto consistenti sgravi fiscali e incentivi economici, un’offerta difficile da rifiutare per un’istituzione che deve garantire la propria sostenibilità futura. Nonostante ciò, l’addio alle montagne dello Utah, che per decenni sono state “casa” per cineasti e appassionati, è carico di emozione e incertezza.
Un programma stellare per l’ultima edizione nello Utah
A dispetto della malinconia, il programma del Sundance 2026 è più ricco che mai, con circa novanta film in calendario. Un modo per congedarsi in grande stile, confermando la vocazione del festival come vetrina di nuove tendenze e talenti.
Tra le anteprime più attese che hanno calcato il tappeto rosso, spiccano:
- Carousel: Un dramma romantico con protagonisti Chris Pine e Jenny Slate. Pine interpreta un medico divorziato che, in un momento di crisi personale e professionale, riallaccia i rapporti con la sua fidanzata del liceo (Slate), tornata nella loro città natale.
- Bait: La nuova serie Amazon che vede Riz Ahmed nei panni di un attore la cui carriera subisce un’impennata quando viene considerato per il ruolo di James Bond, scatenando in lui una crisi esistenziale.
- Josephine: Considerato una delle rivelazioni di questa edizione, il film ha commosso il pubblico fino alle lacrime. Con Channing Tatum e Gemma Chan, racconta la storia dei genitori di una bambina di otto anni (l’esordiente Mason Reeves) che assiste a un crimine violento in un parco di San Francisco, esplorando le profonde conseguenze del trauma. La performance di Tatum è stata definita da molti critici come una delle migliori della sua carriera.
- The Moment: Un mockumentary diretto da Aidan Zamiri con protagonista la pop star Charli XCX, che interpreta una versione romanzata di sé stessa durante la preparazione del suo primo grande tour. Il film, che vanta un cast corale con nomi come Alexander Skarsgård, Rosanna Arquette ed Emma Corrin, è uno dei pochi ad aver già trovato un distributore, il prestigioso studio A24, che lo porterà nelle sale statunitensi il 30 gennaio.
Un tributo corale all’eredità di Robert Redford
L’omaggio al fondatore è il cuore pulsante di questa edizione. Artisti che devono la loro carriera al festival, come Ethan Hawke, Woody Harrelson, Chloé Zhao, Ava DuVernay e Taika Waititi, si sono riuniti per ricordarne la figura e l’impatto. “Mio padre non amava i gala, ma questo gli sarebbe piaciuto”, ha commentato con emozione la figlia Amy Redford. Durante il festival, è stato istituito l’inaugurale Robert Redford Luminary Award, conferito a Ed Harris e Gyula Gazdag, due artisti profondamente legati ai laboratori del Sundance Institute.
Il programma celebrativo, denominato Park City Legacy Program, include anche la proiezione di classici restaurati che hanno fatto la storia del Sundance, come Little Miss Sunshine e il documentario American Dream di Barbara Kopple. Inoltre, è stato riproposto il primo film davvero indipendente di Redford, il dramma del 1969 Downhill Racer (in Italia, Gli spericolati), ambientato nel mondo dello sci agonistico, un cerchio che si chiude simbolicamente tra le nevi di Park City.
Mentre cala il sipario sull’era di Park City, il Sundance Film Festival si prepara a una nuova alba in Colorado. L’eredità di Robert Redford, basata sulla promozione di un cinema audace, libero e diversificato, rimane il faro che guiderà il festival verso il suo futuro, con la promessa di continuare a scoprire e a sostenere le voci più originali e innovative della narrazione cinematografica mondiale.
