Una madre non si arrende. Non può farlo, neppure quando sono passati quasi trentotto anni e la verità sulla morte di un figlio sembra avvolta in una nebbia impenetrabile di silenzi, archiviazioni e porte chiuse. È la storia di Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, che il 23 marzo 1988 fu trovato senza vita insieme alla fidanzata, Marirosa Andreotta, nel bagno della villetta di lei a Policoro, in provincia di Matera. Oggi, quella madre coraggiosa ha deciso di compiere un ulteriore, significativo passo: scrivere al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Attraverso il suo legale, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, Olimpia Fuina ha formalmente richiesto “un intervento istituzionale di vigilanza e accertamento sullo stato e sulle modalità di trattazione delle reiterate istanze di riapertura delle indagini”. Un appello disperato ma determinato, che arriva dopo l’ennesima delusione: il recente rigetto, da parte della Procura della Repubblica di Matera, dell’istanza di riapertura depositata lo scorso 26 novembre. Un “no” che si aggiunge a una lunga serie di dinieghi che hanno segnato decenni di battaglie legali.
Una Morte Archiviata Troppo in Fretta
La sera del 23 marzo 1988, Luca Orioli, 20 anni, e Marirosa Andreotta, 21, due studenti universitari pieni di sogni, vennero ritrovati morti. La prima, frettolosa conclusione degli inquirenti fu quella di un tragico incidente domestico: morte per folgorazione o, secondo altre versioni, per asfissia da monossido di carbonio a causa di un malfunzionamento di uno scaldabagno. Marirosa era nella vasca da bagno, Luca riverso a terra.
Una versione che, però, non ha mai convinto la famiglia Orioli e che, nel corso degli anni, è stata minata da numerose incongruenze, perizie di parte e testimonianze mai prese in debita considerazione. Elementi che suggeriscono uno scenario ben più oscuro: quello di un duplice omicidio mascherato da incidente. Tra i punti mai chiariti figurano lesioni sui corpi dei ragazzi, la possibile manipolazione della scena del crimine e la gestione dei reperti.
La Battaglia Legale e i Rigetti della Procura
La richiesta di riapertura delle indagini, rigettata a inizio gennaio 2026 dalla Procura di Matera, si fondava su un presupposto logico e incontestabile: l’evoluzione delle scienze forensi. L’avvocato Fiumefreddo ha sottolineato come le tecnologie odierne consentano di ottenere risultati impossibili all’epoca dei fatti, specialmente analizzando indumenti e reperti conservati. Si potrebbero ricercare tracce biologiche minime, DNA di eventuali aggressori, elementi che quasi quarant’anni fa erano semplicemente inimmaginabili.
Nonostante ciò, la Procura ha definito “granitica” la conclusione dell’accidentalità della morte, sostenendo che i dubbi sollevati non siano in grado di “scalfire” la verità processuale fin qui stabilita. Una posizione che il legale della famiglia Orioli definisce un “dogma”, in contrasto con ricostruzioni autorevoli, tra cui quelle di ufficiali dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e dell’ex magistrato Luigi De Magistris, che ha sempre parlato apertamente di duplice omicidio.
Parallelamente, la famiglia attende una decisione dalla Procura Generale di Potenza, dove a settembre scorso è stata depositata un’istanza di avocazione delle indagini, un procedimento con cui si chiede a un ufficio giudiziario di grado superiore di sostituirsi a quello inferiore per inerzia o inadempienza.
“La Resa è una Sconfitta Pubblica”
Le parole dell’avvocato Fiumefreddo riecheggiano con forza, trasformando una vicenda personale in una questione di interesse collettivo: “Il coraggio di Olimpia Orioli sta in una scelta tanto semplice quanto rara: non arrendersi. E fa bene a non arrendersi. Perché la resa, in casi come questo, non è un fatto privato ma una sconfitta pubblica“. L’appello al Ministro Nordio non è solo il grido di dolore di una madre, ma una richiesta di verifica sul corretto funzionamento del servizio giustizia. Si chiede che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, faccia la sua parte fino in fondo.
“Quando una madre è costretta a bussare per anni alle porte delle istituzioni per ottenere un controllo effettivo, il tema non è soltanto il suo dolore: è la credibilità della giustizia e il dovere di ogni ufficio di valutare con serietà ciò che viene sottoposto“, ha concluso il legale. Una riflessione amara che pone un interrogativo fondamentale sull’efficacia e la trasparenza del sistema giudiziario di fronte a cold case complessi e pieni di ombre.
La battaglia di Olimpia Fuina è diventata il simbolo di una ricerca di verità che non accetta l’oblio. Una lotta contro il tempo, contro i muri di gomma della burocrazia e contro una “verità” che, per molti, non è mai stata veramente accertata. La sua richiesta al Ministro Nordio è l’ultimo, potente tentativo di squarciare quel velo di silenzio che da quasi quattro decenni avvolge la tragica fine di Luca e Marirosa, i “fidanzatini di Policoro”.
