ROMA – “Il domani appartiene a chi lo sente arrivare”. Questa frase, coniata per l’album Heroes del 1977, non fu solo uno slogan promozionale, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti che ha definito l’intera esistenza artistica e personale di David Bowie. A dieci anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta il 10 gennaio 2016, quella capacità di percepire le correnti sotterranee del futuro e tradurle in arte risuona più forte che mai. L’eredità di David Robert Jones, nato a Londra l’8 gennaio 1947, non è un’eco nostalgica del passato, ma una forza propulsiva che continua a generare cultura, ispirare nuove generazioni e alimentare un dialogo incessante sulla sua opera.
A testimonianza di questa vitalità, il decennale della sua morte è segnato da una serie di iniziative di altissimo profilo che ne esplorano le innumerevoli sfaccettature. A Londra, il prestigioso Victoria and Albert Museum (V&A) ha annunciato l’apertura del David Bowie Centre for the Study of Performing Arts, un centro studi permanente che ospiterà l’incredibile archivio dell’artista. Previsto per il 2025, questo spazio renderà accessibile al pubblico un tesoro di oltre 80.000 oggetti – tra cui costumi iconici, testi manoscritti, fotografie, scenografie e strumenti personali – offrendo una finestra senza precedenti sul suo processo creativo.
Un’eredità in continua espansione: tra libri e documentari
Il panorama mediatico celebra l’anniversario con due appuntamenti imperdibili. È in uscita un atteso documentario della BBC, intitolato The final act, che promette di gettare nuova luce sull’ultimo, febbrile periodo creativo di Bowie, analizzando come abbia trasformato la sua battaglia contro la malattia e la sua stessa fine in un’ultima, potente opera d’arte. Parallelamente, il mondo editoriale accoglie “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo”, la nuova biografia firmata da Paul Morley, uno dei più autorevoli critici musicali britannici. Pubblicato in Italia da Hoepli con la prefazione di Manuel Agnelli e Paolo Fresu, il libro si discosta dalla narrazione cronologica per offrire un’analisi tematica, un viaggio nell’universo concettuale di un artista che ha saputo dialogare con arte, filosofia, moda e tecnologia.
Dallo Spazio a Berlino: le mille maschere di un genio
La carriera di Bowie è stata un’incessante metamorfosi, un’esplorazione audace di identità e suoni che ha attraversato cinque decenni. Dagli esordi nelle band londinesi degli anni Sessanta, la sua ascesa divenne inarrestabile con Space Oddity (1969), brano che catturò lo spirito del tempo diventando la colonna sonora non ufficiale dell’allunaggio per la BBC. Ma fu con la creazione di Ziggy Stardust che Bowie divenne un fenomeno globale: un messia alieno del glam rock che sfidava le convenzioni di genere e sessualità, aprendo la strada a una nuova forma di espressione nel pop. L’immagine iconica del fulmine sul volto, consacrata dall’album Aladdin Sane, è ancora oggi un simbolo potentissimo di ribellione e stile.
Gli anni ’70 videro la nascita di un’altra maschera leggendaria: il Duca Bianco. Trasferitosi in una Berlino ancora divisa dal Muro, Bowie si immerse in sonorità elettroniche e atmosfere rarefatte, captando le vibrazioni di una città al confine tra due mondi. La “trilogia berlinese” (Low, “Heroes”, Lodger) rappresenta uno dei vertici della sua sperimentazione, un’opera che ha influenzato generazioni di musicisti.
Gli anni ’80 lo consacrarono a superstar da stadio con l’album Let’s Dance, mentre i ’90 furono segnati da un ritorno a sonorità più dure con il progetto Tin Machine e da nuove incursioni nell’elettronica. Bowie fu anche un pioniere nel comprendere le potenzialità di Internet, lanciando i “Bowie Bonds”, un’innovativa operazione finanziaria che gli permise di monetizzare i diritti futuri del suo catalogo musicale.
Blackstar: l’ultimo capolavoro, un’opera d’arte sulla morte
Dopo un ritiro dalle scene nei primi anni Duemila a seguito di un problema cardiaco, Bowie tornò a sorpresa nel 2013 con The Next Day. Ma fu con il suo ultimo album, Blackstar, che lasciò il mondo a bocca aperta. Pubblicato l’8 gennaio 2016, giorno del suo 69° compleanno e a soli due giorni dalla sua morte, l’album è un testamento artistico di rara potenza. Attraverso suoni jazz-rock e testi enigmatici, Bowie mise in scena la sua stessa fine. I video di brani come Lazarus, in cui appare come un profeta cieco su un letto di morte, sono una testimonianza della lucidità con cui ha trasformato il suo addio in un ultimo, sconvolgente atto creativo. “La sua morte non è diversa dalla sua vita, un’opera d’arte. Blackstar è il suo regalo d’addio”, commentò lo storico amico e produttore Tony Visconti. Un addio completato dal musical Lazarus, ideale seguito de “L’uomo che cadde sulla Terra”, il suo esordio cinematografico del 1976, a cui lavorò fino all’ultimo, presenziando alla prima teatrale il 7 dicembre 2015, in quella che fu la sua ultima apparizione pubblica.
Dieci anni dopo, la stella di Bowie non si è affievolita. Al contrario, la sua luce, come quella nascosta nella copertina del vinile di Blackstar, continua a rivelare nuove costellazioni di significato. Un’icona che, proprio come aveva previsto, appartiene non al passato, ma a un domani che continua a sentire arrivare prima di tutti noi.
