Caracas – Il 2025 si conclude in Venezuela con un bilancio drammatico sul fronte dei diritti umani. Nonostante gli annunci di scarcerazioni da parte del governo, il numero di persone detenute per motivi politici rimane allarmante. A denunciare la situazione è l’organizzazione non governativa Justicia, Encuentro y Perdón (JEP), secondo cui attualmente si contano 1.041 prigionieri politici, un dato che svela una crisi profonda e persistente, lontana da una reale soluzione.
Un quadro umanitario “desolante” tra opacità e nuove detenzioni
Secondo il dettagliato rapporto della JEP, le liberazioni avvenute nel corso dell’anno sono state caratterizzate da una profonda “opacità e discrezionalità”. L’organizzazione sottolinea come il processo di scarcerazione manchi di criteri giuridici chiari, lasciando le famiglie in un limbo di incertezza e sofferenza psicologica. Ancora più preoccupante è il fatto che, a fronte delle liberazioni, il numero complessivo dei detenuti non sia diminuito in modo proporzionale. Anzi, l’attività di monitoraggio ha portato alla luce 28 nuovi casi di detenzione politica finora sconosciuti, a dimostrazione di come la crisi dei diritti umani nel paese sia “dinamica” e ben più estesa di quanto le statistiche ufficiali lascino intendere.
La composizione della popolazione carceraria per motivi politici dipinge un quadro umanitario definito “desolante” dalla stessa ONG. Dei 1.041 detenuti, 877 sono uomini e 164 donne. La situazione è particolarmente grave per i soggetti più vulnerabili:
- Solo 2 dei 91 prigionieri affetti da gravi patologie hanno ottenuto misure alternative alla detenzione.
- Restano incarcerati 2 adolescenti e 31 persone anziane.
- Si contano inoltre 42 cittadini stranieri e 49 persone con doppia nazionalità, tra cui gli italiani Alberto Trentini e Biagio Pilieri, la cui detenzione continua a destare forte preoccupazione a livello internazionale.
Le recenti scarcerazioni di fine anno, che hanno riguardato 99 persone, non hanno incluso i cittadini italiani, lasciando le loro famiglie e la diplomazia in attesa di sviluppi. Queste liberazioni, avvenute nel periodo natalizio, sono state definite dal governo come “misure sostitutive della pena” volute dal presidente Nicolás Maduro per “garantire il rispetto indiscusso dei diritti umani”. Tuttavia, le ONG e i familiari denunciano la mancanza di trasparenza e la natura selettiva di tali provvedimenti.
Critiche dalle organizzazioni internazionali e un contesto di repressione
La denuncia della JEP si inserisce in un contesto più ampio di condanna internazionale verso la situazione dei diritti umani in Venezuela. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno ripetutamente documentato un quadro di repressione sistematica. In particolare, Amnesty ha parlato di “sparizioni forzate” come parte di una politica di repressione contro i dissidenti, definendole crimini contro l’umanità. Il rapporto di Human Rights Watch per il 2025 evidenzia un’intensificazione della repressione in vista delle elezioni presidenziali di luglio 2024, con arresti mirati a difensori dei diritti umani e membri dell’opposizione.
Le elezioni, che hanno visto la contestata rielezione di Maduro, sono state seguite da una brutale repressione delle proteste, con migliaia di arresti. Anche altre ONG, come Foro Penal, monitorano costantemente la situazione, riportando cifre simili e sottolineando la continuità di una politica di detenzioni arbitrarie che va avanti da oltre un decennio.
La JEP segnala inoltre che le recenti scarcerazioni hanno interessato quasi esclusivamente persone arrestate nel contesto post-elettorale, lasciando in carcere individui imprigionati da anni. Questa selettività, unita alla persistente mancanza di trasparenza, alimenta un clima di incertezza e aggrava la sofferenza psicologica delle famiglie, ulteriormente colpite da recenti denunce di punizioni arbitrarie e isolamento all’interno delle carceri.
La posizione del governo e le prospettive future
Da parte sua, il governo venezuelano, guidato da Nicolás Maduro e dal procuratore generale Tarek William Saab, continua a negare l’esistenza di prigionieri politici, sostenendo che le persone incarcerate siano colpevoli di reati comuni o gravi come tradimento e terrorismo. Tuttavia, le testimonianze e i rapporti delle organizzazioni indipendenti e degli organismi internazionali dipingono una realtà molto diversa, fatta di violazioni sistematiche e di un uso politico della giustizia per reprimere il dissenso.
Mentre il 2026 si avvicina, la richiesta delle ONG è unanime: la liberazione di tutti i prigionieri politici, giustizia per le vittime di repressione e la fine della persecuzione di chi esprime pacificamente il proprio dissenso. La comunità internazionale continua a osservare con preoccupazione, ma per le oltre mille persone ancora private della libertà e per le loro famiglie, il futuro rimane un’incognita dolorosa, appesa a un filo di speranza in un contesto politico ed economico ancora profondamente instabile.
