Milano – Un tram attraversa una Milano senza tempo, quasi onirica. A bordo, un narratore d’eccezione ci guida attraverso i decenni, mescolando poesia e ironia, musica e silenzio. Quel narratore è Enzo Jannacci, protagonista assoluto del docufilm “Enzo Jannacci – Vengo anch’io”, firmato dal regista Giorgio Verdelli, che andrà in onda in prima visione televisiva su Rai 3 venerdì 2 gennaio alle 21.20. Un appuntamento imperdibile per riscoprire una delle figure più geniali, complesse e inafferrabili del panorama culturale italiano.

Presentato con grande successo alla 80ª Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto oltre 10 minuti di applausi, e candidato tra i migliori documentari sia ai David di Donatello sia ai Nastri d’Argento, il film è un’immersione profonda nell’universo jannacciano. Non una semplice biografia, ma un ritratto a più voci, un mosaico di ricordi e aneddoti che restituisce la poliedricità di un artista che fu musicista, medico, cabarettista, attore e poeta degli ultimi.

La voce di Jannacci come filo conduttore

La vera forza del documentario di Verdelli, già acclamato autore di ritratti musicali come quelli dedicati a Paolo Conte ed Ezio Bosso, risiede in una scelta narrativa tanto semplice quanto potente: è lo stesso Enzo Jannacci a raccontarsi. Grazie a un sapiente lavoro di montaggio su un’intervista inedita rilasciata al regista nel 2005, la sua voce inconfondibile, con le sue pause, le sue inflessioni e la sua musicalità intrinseca, diventa il perno centrale della narrazione. Jannacci ci parla delle sue collaborazioni storiche, dall’amicizia fraterna con Giorgio Gaber al sodalizio artistico con Dario Fo, che portò alla creazione di capolavori censurati come “Ho visto un re”. Riviviamo l’incontro folgorante con Cochi & Renato, le serate nei cabaret milanesi, le avventure e le “disavventure” sui palchi di tutta Italia.

Un coro di amici e colleghi

Ad arricchire questo autoritratto, interviene un coro di testimonianze prestigiose, un vero e proprio “who’s who” della musica e dello spettacolo italiano. Amici, colleghi e “allievi” di diverse generazioni offrono il loro personale tassello per comporre la complessa figura di Jannacci. Tra questi spiccano:

  • Vasco Rossi: la sua testimonianza è una delle più toccanti. Il rocker di Zocca si commuove leggendo una lettera elogiativa ricevuta da Jannacci, riconoscendolo come un maestro e rivelando l’influenza profonda che ha avuto sulla sua stessa scrittura.
  • Paolo Conte, Roberto Vecchioni, Francesco Guccini: colleghi cantautori che ne hanno ammirato la genialità e l’unicità, definendolo “il più grande cantautore italiano”.
  • Diego Abatantuono, Cochi Ponzoni, Massimo Boldi, Nino Frassica: compagni di avventure che ne ricordano l’ironia fulminante e la capacità di creare mondi surreali.
  • Claudio Bisio, Elio, J-Ax, Francesco Gabbani, Valerio Lundini: artisti delle generazioni successive che ne riconoscono l’eredità e l’influenza indelebile.

Ognuno di loro contribuisce a dipingere il ritratto di un uomo che, come sottolinea Verdelli, “diceva cose pesanti in modo leggero” e possedeva la rara capacità di inventare modi di dire e fotografare una situazione con poche, fulminanti parole.

Il racconto intimo del figlio Paolo

Un posto d’onore nel documentario è riservato a Paolo Jannacci. Seduto al pianoforte del padre, con cui ha condiviso un lungo e profondo sodalizio artistico, regala il racconto più intimo e struggente. Paolo non è solo un testimone, ma un collaboratore attivo del film: ha messo a disposizione l’archivio personale del padre e ha realizzato nuove versioni strumentali di brani iconici come “Vengo anch’io” e “Lettera da lontano”. Le sue parole e la sua musica offrono una chiave di lettura privilegiata per comprendere la dimensione privata di Enzo, il rapporto padre-figlio, e l’eredità umana prima ancora che artistica.

L’uomo dietro l’artista: il medico e il poeta degli esclusi

Il film non dimentica una componente fondamentale della vita di Jannacci: la sua professione di medico. Una vocazione che non ha mai abbandonato e che, forse, gli sarebbe piaciuto seguire di più. Questa doppia anima, quella del chirurgo e quella dell’artista, è la chiave per comprendere la sua profonda sensibilità verso gli “ultimi”, i dimenticati, gli esclusi che popolano le sue canzoni. Dalle periferie milanesi degli anni ’60, Jannacci ha saputo raccontare un’umanità dolente e marginale con uno sguardo unico, capace di unire empatia, ironia e una malinconia di fondo. Era, come ha sottolineato qualcuno, un “genere” a sé stante, capace di spaziare dal rock’n’roll al jazz, dal cabaret alla canzone d’autore, innovando la tradizione popolare milanese.

“Enzo Jannacci – Vengo anch’io” si preannuncia quindi non come una semplice celebrazione, ma come un’opera necessaria per comprendere a fondo la grandezza di un artista che ha rivoluzionato il linguaggio della musica e dello spettacolo. Un uomo che, con il suo “mezzo sorriso”, ha saputo farci ridere e commuovere, parlando a tutti ma sempre, irrimediabilmente, a modo suo.

Di davinci

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